Cile e Argentina: Mui Lindo

Racconto di viaggio in Argentina e Cile

Caffè Central
In attesa per il pullman che ci porterà a La Serena, finalmente al mare, beviamo una birra Cristal dal gusto poco deciso come l’atmosfera di questa città sospesa tra le Ande.
Santiago del Cile non ha un’anima forte come altre città che ho visitato nel sud – Città del Messico, Oxaca – o come città orientali, ad esempio Bangkok. Vive la sua contemporaneità nel tentativo di diventare occidentale, con i suoi edifici europei e i palazzoni moderni a sovrastarla. Si lascia andare allo stile disincantato e senza storia. E già, perché a differenza di Città del Messico, dove si respira lo spirito delle rivoluzioni di un popolo indios orgoglioso di rivendicare la propria libertà, qui il tempo sembra esserle scivolato addosso, come rallentato.

Santiago

I musei della storia nella capitale, i luoghi in cui si è giocata l’indipendenza sono sobri, la vita degli spagnoli e il lungo cambiamento culturale mostrati senza enfasi e senza entusiasmo, quasi tutto fosse successo e basta. Così anche leggendo tra le pagine di chi questa storia l’ha raccontata, tra i personaggi che hanno portato il paese all’indipendenza – Bernando O’Higgins, il generale San Martin, Manuel Rodriguez- non traspare un condottiero leggendario, l’indios scatenato e idolatrato nel tempo. Sembra invece che il Cile sia orgoglioso del suo tentativo socialista, di quel socialismo che Allende tentò e che spaventò gli Stati Uniti, tanto da progettare un colpo di stato e da imporre la dittatura di Pinochet. Questi fotogrammi di una storia abbastanza recente bene si accompagnano a nostalgici versi di uno dei più famosi poeti cileni, Pablo Neruda. Visitando la sua casa nel quartiere di Bellavista ai piedi del Cerro San Cristobal la guida ci descrive la tana di un poeta cosmopolita e a tratti visionario, una tana fatta di oggetti che Neruda e la sua compagna raccolsero nelle varie parti del mondo che visitarono assieme, cose disposte in armonici spazi labirintici e ben studiati.
Esteta e socialista, ci dice quanto e come i sogni resistono oltre le frontiere, come si impregnano negli spazi, come si proiettano nel futuro.
La capacità del poeta di guardare oltre il suo tempo, come quell’occhio della Chascona che si spinge oltre il sogno di libertà, rubato con Videla, ripreso da Allende, spazzato via da Pinochet, oltre ogni logica internazionale.

Insonnia

Nel cuore della notte mi assilla una domanda:
che ne sarà del Cile,
della mia povera patria incomprensibile?

Da quanto ho amato questa patria sottile,
queste pietre, queste zolle,
la persistente rosa
del litorale che vive con la schiuma,
sono tutt’intorno ormai con la mia terra,
ho conosciuto i suoi figli ad uno ad uno
e mi ruotano dentro
le sue stagioni di pianto e di fiori.

Sento che ora, appena
trascorso l’anno morto dei dubbi,
quando l’errore che ci ha dissanguati
è finito e iniziamo a sommare ancora
il meglio, il giusto della vita,
ricompare la minaccia
e sul muro s’inalbera il rancore.
Pablo Neruda

San Pedro de Atacama

Nella valle incantata San Pedro si presenta a noi come un villaggio lontano dal mondo e dal tempo. Case di fango, insegne di legno, strade sterrate da cui il vento fa sollevare la polvere. Una chiesa bianca e il suo campanile si scagliano verso un cielo ceruleo, e delle nuvole bianche gonfie fanno da sfondo. Più in là lo sguardo incontra la sommità di un vulcano di sabbia.
In questo cortile dell’ostello Sonchek, gestito da una donna slovena e da una ragazza dei lineamenti indigeni il tempo sembra essersi fermato, mentre in lontananza l’abbaiare dei cani si mischia al vortice di vento che soffia tutt’intorno al giardino.
Dalle pareti delle basse abitazioni di adobe (fango), maschere tribali alle pareti, pendenti di legno che accompagnano la danza del vento, più lontano qualche voce straniera e di tanto in tanto il rumore di qualche fuoristrada.
Giungere in questo luogo fa perdere la concezione del tempo e dilata la dimensione dello spazio. Sembra di essere catapultati nel tempo dei pionieri del west, dopo aver percorso 17 ore in pullman lungo la strada- Carettera Austral, l’unica, asfaltata nel deserto di Atacama che da La Serena ci ha condotto fin qui.
Prenotiamo tre escursioni per i prossimi giorni che pernotteremo in questo villaggio.

Il risveglio dopo la prima notte trascorsa a San Pedro si accompagna ad un sottofondo musicale antico e dal sapore lontano fatto di flauti e voci soavi.
I pensieri corrono lenti e mi fermo ad osservare nel cortile, seduta su un tronco sdraiato al sole, i viaggiatori andare e venire e i gatti maculati girovagare e strusciarsi lungo le mie gambe e accanto al mio rifugio.

Ha il sapore dell’avventura e dei momenti magici incontrare un forestiero in una terra straniera e condividere con lui un paio d’ore a parlare delle proprie vite, con la disinvoltura che difficilmente si ha con conoscenti che magari si frequentano da tempo.

Dopo tre giorni intensi di escursioni da copione Atacama Adventure, fatte di camminate lungo le dune della Valle della Luna con tanto di tramonto, Salar e Laguna e infine Geyser decidiamo di crogiolarci le ultime ore girovagando per le strade polverose della cittadina.
In questi momenti di stasi tra una tappa e l’altra, a conclusione di un intero percorso escursionistico nel cuore caliente del nord del Cile e in attesa di prendere il prossimo bus che ci porterà ad Arica ai confini con il Perù, ci facciamo cogliere dal cosiddetto “scazzo del viaggiatore”. Senza dimora, stanchi perché svegli dalle 3 del mattino, di ritorno dalla gita a passeggio tra i geyser alla modica altezza di 4300 metri, con tanto di foglioline di coca tra i denti per combattere il male d’altitudine, girovaghiamo per San Pedro in cerca di qualche souvenir. E tra una tappa e l’altra ci fermiamo a prendere un jugo de fruta per combattetre i 30 gradi e la pressione un po’ provata. Questi sono momenti in cui il viaggiatore non si aspetta nulla, ma semplicemente “sta”, facendosi scorrere il tempo (e il caldo) addosso in attesa della prossima tappa, quando fa slalom tra i ninnoli artigianali rischiando la trasmutazione in turista, per poi recuperare la vena del viandante routard fingendosi interessato ad aggiornamenti del percorso magari collegandosi ad internet in uno dei tanti localini lungo le tre strade della cittadina che l’ha accolto. Ecco, quando tutto scorre lento, allora può capitare che ci si ritrovi in un locale a spulciare tra le vecchie guide di altri routard passati di là, per prefissare itinerari per prossimi viaggi, magari in Perù, Bolivia, Ecuador, o Nicaragua e Honduras…….
E si facciano degli incontri che hanno dell’inaspettato, ma allo stesso tempo qualcosa di naturale.
Ci si ritrova a parlare con una persona che sembra di conoscere da sempre, a scherzare nelle ultime ore di soggiorno in una cittadina che ti sembra ormai familiare, seppur distante chilometri da casa, ma che tra un paio di giorni sarà solo un ricordo lontano.
E tra le parole che vanno leggere, sospese nell’atmosfera calda che si è creata tra i conviviali, sembra compiersi a tratti una sorta di magica sintonia e condivisione di uno spazio che si fa piccolo e avvolgente. Per chiunque creda nei colpi di fulmine questi sono i momenti in cui cupido più scoccare la freccia. Quando il cuore è più leggero, due anime si possono incontrare, e degli attimi possono segnare le strade future di una vita. E come in un film di Pieraccioni, la leggerezza e l’amore vanno a braccetto, e così capita, come da copione, che il ragazzo italiano solitario, sognatore e un po’ sornione, scanzonato e bonaccione incontri la ragazza dei suoi sogni, dai lineamenti latini, bellissima e irresistibilmente simpatica.
Per chi crede alle favole, accade a volte che queste si avverino, e che le coincidenze segnino due destini per farne forse un solo sentiero. Coincidenze o magia di certi luoghi? E forse ha ragione la signora Lorena, la proprietaria del Residencial di Arica quando dice che “San Pedro è un luogo magico – es mui magico”. Così lo definisce quando le raccontiamo che siamo giunti da lì, e quando lei risponde “tu es enamorado de una cica de San Pedro?”, rivolgendosi ad uno dei miei compagni di viaggio. Ricordando la sua permanenza a San Pedro con “il fidanzato alemanno”, traspare nelle sue parole tutto lo stupore e il fascino per quel luogo fuori dal tempo e lontano dal mondo, racchiuso in uno scrigno della pareti di sabbia e dal coperchio di stelle.
E proprio per quelle stelle, al di là di questo momento mielato, in cui mi sono sentita regista di un incontro inaspettato che potrebbe continuare via etere per poi consolidarsi lungo le strade di Barcellona dopo un viaggio insieme in India progettato nelle calde sere di un’estate in Croazia che, riportando il discorso da un piano poetico ad uno più turistico, va detto che il deserto di Atacama e le sue stelle non sono famose solo per questi magici incontri tra cuori solitari a zonzo per il mondo, ma anche per gli astronomi di tutto il mondo, che si stabiliscono in queste zone per ammirare e studiare i pianeti. Claudia, la cica di San Pedro, ci racconta di aver lavorato per un periodo con uno scienziato francese alla scoperta del cielo e che attualmente stanno installando uno dei più grandi osservatori astronomici nella regione.
E in effetti, pensandoci bene, c’è un altro grande evento a cui mi rimandano i pensieri stellati. La mitica banda di Velisti per Caso, un paio di giorni prima della mia partenza per il Cile, stava salpando per il Pacifico per approdare con degli studiosi nel deserto andino a mirare le stelle. Non nascondo, appena appresa la notizia, di aver inviato accoratamente una richiesta via e-mail alla troupe chiedendo maggiori specifiche del loro itinerario in territorio cileno, nella speranza di poter incontrare la mitica coppia, senza però ricevere alcun ragguaglio al riguardo. Pazienza, vorrà dire che mi accontenterò di andare in India con Battiato.

In viaggio si possono anche fare incontri con persone che forse non rivedrai mai più, ma nel momento in cui ti fermi a conversare, senti di poterti confidare come faresti con un amico, seduta ad un bar in un giorno di festa. I pensieri corrono, qualunque sia l’idioma utilizzato durante la conversazione, ci si sforza di “raccontarsi”. Magari si inizia su come è l’itinerario di viaggio, da dove sono partiti, dove sono diretti, quando durerà la tappa, per poi entrare nella sfera più personale: cosa fai, come ti trovi……ecc….
Ho alcune immagini al momento che conservo lungo il cammino intrapreso fino a questo momento (attualmente stiamo sorvolando il Parco Torre de Paine in direzione Punta Arenas, quindi Patagonia).
Per cui, prima di giungere in una delle mete più ambite da tutti i viaggiatori, e tra una pagina e l’altra di un libro d’un ciclista (Patagonia controvento) che mi porto lungo questo percorso, cerco di tracciare le sensazioni vissute fin ora individuando i momenti conviviali più interessanti, perché certa che una volta atterrata, altre immagini e altri incontri segneranno il mio cammino facendo sfumare come vecchie cartoline quanto adesso ho ancora fresco nella memoria. Perché a volte capita di imbattersi in delle persone sconosciute che però ti sembra di conoscere da anni. Non so se sia l’effetto del viaggio, per cui il senso di estraneità a tutto quello che ti circonda ti porta ad essere più conviviale con il prossimo, una sorta di salvavita dalle spaesamento, eccitante ma costante, che ti provocano i continui cambiamenti di contesto. E allora, essere disinvolto con lo straniero, incontrato per una volta, è forse un tentativo di ricercare familiarità in un luogo lontano. Oppure semplicemente, siccome si è in viaggio, tendenzialmente, anche se sottoposti a un programma escursionistico ferratissimo con sveglie all’alba per roccambuleschi tour e tragitti in bus di un’intera giornata, si è più rilassati. Chissà perché? Ci si sente forse spogliati degli schemi, liberi di andare, di scoprire, di adattarsi anche alle scomodità, e di concedersi una birra a fine giornata, a tappa raggiunta. Ecco perché allora, in questa atmosfera, con questo stato d’animo si tende ad essere più predisposti verso gli altri, più estroversi e più inclini alla comunicazione. Così ci si ritrova a conversare con un gruppo di francesi che hai incontrato per la prima volta durante l’escursione nella Valle della Luna, uno – il panzuto – in ciabatte a scalare le dune di sabbia, l’altro – secco secco – a fargli da compagno di viaggio. Fissare i loro volti più degli altri del gruppo scarrozzato in giro dal tour organizzato dalla mitica tour Cosmo Adventure, perché loro come te e i tuoi compagni di viaggio si sono distaccati dal gruppo per aspettare un surfista della sabbia scorto in lontananza arrampicarsi sotto il sole rovente su una duna lungo il percorso sterrato, e incitarlo alla discesa per scattare qualche foto.
Una sorta di Stanlio e Olio nel bel mezzo del deserto di Atacama che rincontrai sulla spiaggia di Arica, sorseggiando tutti allegramente una birra, e intrattenendo due chiacchiere in un francese stentato perché un po’ arrugginito, condito con alcune espressioni in inglese perché più fresche e dirette e alcune parole in spagnolo rivolgendosi alla loro amica cilena, per par condicio e perché alcune espressioni suonano meglio in una lingua più delle altre, come il brindisi che conclude la piacevole chiacchierata “para ito, para baco, para centro, todo dentro”.

Patagonia – Punta Arenas

Eccoci giunti “in culo ai lupi”, con un’espressione felice di uno dei miei compagni di viaggio. Il vento soffia ad una potenza che in compenso la bora di Trieste è un flebe venticello orientale.
Qui, dove c’è luce fino alla 23, e il sole picchia forte senza protezione, essendo Punta Arenas proprio all’altezza del buco dell’ozono, anche il vento è estremo e esagerato, come il paesaggio che ci ha accoglie.
Così, lasciamo le lande desolate desertiche, le dune, le lagune, e poi la costa del Nord andino, per essere catapultati in un viaggio di una dozzina di ore in un luogo ai confini del mondo. Fuori dal finestrino del bus Fernandez, che ci ha raccolto all’aereoporto di Punta Arenas dopo un’attesa di tre ore per recuperare i nostri bagagli rimasti a Santiago mentre noi prendevamo di corsa la coincidenza per il grande Sud, scorrono praterie graffiate dal gelido vento, staccionate che intervallano ampi spazi che si interrompono solo dove la terra bruciata dal sole e dal vento incontra il cielo plumbeo. In lontananza catene montuose, di tanto in tanto una mucca, qualche albero piegato dalle forti raffiche, e pali della luce che seguono la strada e si susseguono dal finestrino come fotogrammi di un video sulle sconfinate praterie del grande west.
Il paesaggio che ci circonda mi rimanda a luoghi desolati della Scandinavia, percorsi alcuni anni prima durante un interrail.
I tratti decisi della gente seduta nel bus – meno di lusso dei Tur Bus che ci hanno scarrozzato per le dune andine- segnano la pelle di una carnagione più chiara, lineamenti e tratti somatici “europei”, quasi che il vento qui si fosse portato via ogni traccia indios….
Anche le abitazioni sembrano essersi trasmutate in un paesaggio lontano dall’immaginario latino, e lungo il tratto che percorriamo sparpagliati alcuni casolari nel mezzo di questa steppa patagonica. Case dalle sembianza più di lodge austriaci. Qui, dove la terra finisce e incontra il mare, a 1000 kilometri dall’Antartide, i quattro elementi si mostrano in tutta la loro preponderanza, mischiandosi in un intruglio che sembra raggiungere particelle di mondo così lontane condensate in un’unica parte della terra. Così la piana devastata dall’aria fredda si stende di sotto ad un cielo azzurro ma, all’orizzonte, denso di nuvole di acqua, sopra montagne piene di neve, e a tratti invece si tuffa in un mare d’un blu intenso cresposo e piatto.

“..ho cercato di raccogliere con gli occhi tutto quello che il paesaggio che scorreva fuori dal finestrino poteva darmi. Non era molto, a dire il vero: una sterminata distesa senza apparenti punti di riferimento. Quello che convenzionalmente richiama alla mente la parola “Patagonia”. Un posto per uomini forti, come scrive Osvaldo Bayer nel suo libro, mai tradotto in italiano, “La Patagonia rebelde”, dove “la bontà è segno di debolezza e i deboli vengono divorati dal vento, dall’alcol e dagli altri uomini”. E’ anche questo che ha affascinato per decenni avventurieri, viaggiatori e scrittori arrivati fin qua a cercare qualcosa che altrove non riuscivano a trovare.” (tratto da “Pagatonia controvento” di M. Mauro)

Ancora Patagonia

Più ci avviciniamo a Puerto Natales e più il paesaggio si fa desolante. Il cielo si fa grigio e inizia una pioggerellina che si fa violenta perché portata dal vento, mentre lungo la strada si alterna una rada vegetazione d’un verde scuro, di bassi alberi intervallati da campi di arbusti secchi come ossa sparse qua e là sul terreno e da alti tronchi piantati nel suolo e protesi verso l’alto e morti come dei totem tribali.
Guardo le gocce cadere lungo il vetro, poi giro lo sguardo all’interno del pullman, fino alle mie scarpe da trekking ormai già consumate dalle prime escursioni nel deserto, impolverate e opache nelle parti di plastica.
Queste scarpe comprate proprio per l’occasione, per il freddo Sud, per l’avventura in Patagonia, per il trekking sul Perito Moreno, la Terra del Fuoco. Penso a quando le ho indossate per la prima volta, penso a quando progettavo questo viaggio ai confini del mondo, e penso al mito che circonda queste terre con eccitazione e spaesamento, e assaporo per un istante a tutto tondo una famosa espressione di Chatwin, e come lui mi sento oltre ogni confine: “che ci faccio io qui?”.

P. Arenas- Casa Azul

Solo alcune parole per descrivere lo stupore per quanto è successo quella notte in un ostello di Punta Arenas. A Casa Azul alloggiavano tanti stranieri, alcuni quella sera erano usciti per le strade della fredda cittadina australe, altri, forse affaticati delle tante escursioni che questa terra offre, già dormivano quando le fiamme li ha avvolti. Sono morti in 10, chiusi nelle loro stanze senza finestre. Alcuno scampo.
Quando arriviamo a P. Arenas, la città ci accoglie con i suoi fantasmi e con il dramma della notte prima. L’ostello in cui abbiamo prenotato si trova nello stesso isolato di Casa Azul. Una casa di legno, con un piccolo cortile in cui sono ammassate alcune tende. Un israeliano ci saluta, seduto nel salotto comune del residence. E’ in viaggio da un paio di giorni, ha appena concluso il periodo di naia di 3 anni previsto nel suo paese. Si fermerà in America Latina per otto mesi. Ha un’aria rilassata, mentre guarda la CNN che mostra proprio alcune scene dell’eterna guerriglia mediorientale. Lui ora si trova altrove, forse per una tregua. Lui, come tanti altri viaggia lungo la costa latinoamericana, come gli altri giovani israeliani che abbiamo incontrato sui pulman della Patagonia Argentina. Scambiamo con lui alcune parole, aspettando il proprietario dell’ostello, che non arriverà mai nella nostra breve permanenza lì. Scambiamo alcuni brevi commenti sull’accaduto all’ostello da lì a pochi passi. Sul numero delle vittime, sulle dinamiche e le cause della tragedia. Mi assale un senso di ansia, e di insofferenza, i pensieri cominciano a correre rapidi tra un dramma e l’altro, tra gli interrogativi senza risposta che mi affiorano come ragni aggrovigliati alle ragnatele. Incomincio a pensare a quanto il caso sia assurdo, a come tutto scorre veloce e violento, a quanto poco può rendere qualcosa meraviglioso o tremendo, a come, per puro caso ci siamo ritrovati lì in un altro ostello, un giorno dopo, a come avremmo potuto essere nello stesso posto invece il giorno prima, e dormire nella casa in fiamme. Casa Azul? Non era la prima volta che ne sentivo parlare, ne avevo letto anche sul libro di viaggio che portavo con me lungo il percorso. Se lo avessi letto prima? Se avessi segnato quel nome, come faccio di solito? Probabilmente avrei prenotato una stanza in quell’ostello. E se avessimo seguito l’itinerario di viaggio originario? Saremmo giunti a P. Arenas con un giorno di anticipo….se, se, se….Un vortice di ipotesi disattese, fato, fortuna, destino, coincidenze? Quanto valgono? Cosa sarebbe successo se…? E se invece lui, l’israeliano, non fosse partito? Probabilmente tra quelle immagine televisive sul Medioriente ci sarebbe stato anche lui, e non ci saremmo ritrovati a parlare della tragica notte di P. Arenas. L’israeliano sarebbe stato forse una delle tante vittime di uno scontro, che ormai non fa nemmeno più notizia, che non riesce più a scioccare la coscienza collettiva, come invece un incendio in cui muoiono 10 turisti. Ancora se..se…se. Quanto vale una scelta? Quanto il caso, le coincidenze determinano le nostre vite? Domande che restano sospese nell’aria mentre salutiamo l’ospite per andare alla ricerca di un altro ostello, “meno di legno”, e forse, nella nostre teste confuse, per questo più sicuro. O semplicemente per prendere aria, per scrollarci di dosso il peso di quei pensieri che, seppure non condividiamo, forse si sono fatti vivi in ognuno.
Lungo la strada ci fermiamo a commemorare quello che rimane di Casa Azul. L’ostello è circondata da un nastro giallo della polizia. Le finestre sono nere, e impressionano sulla facciata ancora blu, un varco che pare ampio come un urlo. Osserviamo in silenzio. Non un commento, né una foto. Tutto ci appare troppo evidente e reale.
Poi di nuovo lungo la strada.

El Calafate

E come ti sbagli. Arrivati in Argentina quale poteva essere il primo discorso intrapreso con un gruppo di ragazzi argentini? Ma il calcio: “Maratona ama l’Italia! Juventus, altro che mafia”
In un modestissimo ostello di El Calafate nella hall stile spartano e senza pretese ci ritroviamo a scambiare due chiacchiere con un giovane argentino che gestisce insieme ad altri la dimora, e un paio di altri viaggiatori, uno di Barcellona, e uno di Bonn, mentre quest’ultimo continua a riempire le brocche di birra ai miei compagni di viaggio, rendendo i loro discorsi sempre più fluidi, in un dribbling tra europei, calciatori, allenatori: “Capello ora ve lo tenete voi”, e ridendo o di tanto in tanto annuendo all’oste dell’ostello che ormai anche lui, grazie al luppolo corre veloce con il suo catalano reso più serrato da un difetto di pronuncia, tutti si trovano d’accordo sul fatto che “L’Alleman non sa giocar a futbol”. Ovviamente il ragazzo di Bonn, dopo aver versato l’ultimo bicchiere di birra, ha salutato tutti ed è andato a dormire.

Il discorso sfuma sull’accorata convinzione che i migliori di tutti sono: “Argentina, Italia e Olanda.” E intanto il viaggiatore di Barcellona, il più anziano del gruppo, a questa affermazione guarda gli altri sorridendo, ma nel suo volto traspare un certo dissapore, affievolito solo dalla risata comune sull’intercontinentale approvazione sulla bellezza di Ilary, “la bonita di Totti”, “E Bergman… es un buon modelo de Armani”. Ma? Onestamente questo non l’ho capita, ma mi piace, non saprei giudicarla perché la mia fede calcistica (mujeres comprese) è in crisi, o meglio, non l’ho mai avuta, ma trovo veramente simpatica l’affermazione del gruppetto.
Così salutiamo tutti con calorose strette di mano e andiamo a dormire perché domani ci aspetta una delle escursioni più interessanti della Patagonia argentina: il trekking sul ghiacciaio Perito Moreno con una delle agenzie consigliate dalla Routard, la guida dei viaggiatori francesi “squattrinati”, che fa una smorfia all’anglosassone Lonely, e che decisamente preferiamo per il suo impeccabile stile scanzonato e disinvolto nei consigli rispetto ai ristori a basso costo ma con anima, come la buona trattoria dove abbiamo mangiato l’ultima sera a P. Natales “El Rincon de Coleto- piccolo osteria dei bomberos”, un buco senza pretese, con le tovaglie a quadretti sui tavoli, ma un ottimo filetto di carne o salmone a scelta accompagnato da un casereccio agregado. E’ decisamente un localino tipico e accogliente rispetto al Rick’s di El Calafate, dove mangiamo un beef de lomo alto 3 dita, un purè burroso e caliente, coronando la cena con un gelato al dulce de leche con tanto di cioccolata, ma circondati da una ventina di tavoli traboccanti di turisti europei, indaffarati a strafogarsi di pietanze tenedor libre (buffet a oltranza fin quando non mi scoppia la panza), dalla giovane donna in carne che si riempie a sbafo un piattone di ogni tipo di verdura condita da due tonde uova sode nell’illusione di seguire così un buon regime alimentare, al turista che si rimpinza di ogni tipo di carne della carta (menù) del giorno, rigorosamente anche questo di dimensioni enormi.
Lo stomaco è decisamente felice e piacevolmente appagato, ma lo spirito del ristoro non si confà all’anima del viaggiatore. Troppi turisti, poco autentico.
E in effetti girovagando per le vie di questa prima cittadina patagonica argentina in cui siamo giunti dopo sei ore interminabili di pullman percorrendo una strada non asfaltata in mezzo al nulla e seduti all’ultima fila del pullman tanto da rendere il tragitto particolarmente movimentato e sofferto per il nostro fondoschiena, l’impatto con questo luogo è paradossalmente rassicurante.
Se Puerto Natales è sperduta nel nulla, è essenziale come un villaggio nella steppa norvegese, con un agglomerato urbano d’un paio di quadre in cui i pochi negozi sparpagliati cercano di vendere un po’ tutti gli stessi oggetti che potrebbero servire ai turisti, El Calafate è un piccolo centro iperattrezzato con souvenir finto etnico, eleganti e costosi. I suoi negozi hanno le facciate a chalet e si affacciano sull’unica via principale (Avenida Liberador), dove strusciano flotte di turisti pseudoesperti della scalata, dai turisti ipertecnici e snob di mezza età, ai viaggiatori mezzihippy contemporanei trastullati ai confini del mondo. E noi ci ritroviamo tra gli scatenati del trekking e alpinismo e i sflesciati, senza arte né padrone, ci grogiuoliamo tra un paio di cartoline e una birra rinnovandoci il chatwariano dilemma “che cazzo ci faccio io qui?”.
Così El Calafate sta a Puerto Natales come Cortina sta a Contovello.

Ushuaia

Siamo giunti alla fine del mondo, davvero infondo, infondo o come si legge sull’insegna della mitica Agenzia Tres Marie “el culo del mundo”.
Questa città ci presenta una dura prova, al fisico e al morale. Nonostante le guide e i diari degli altri viaggiatori scrivano che la città in estate può raggiungere i 20°, quello che troviamo noi è un gran freddo, vento, pioggia, intervallati nell’arco delle 24 ore da sprazzi di sole sotto le nuvole che corrono veloci dalle ande alle spalle della cittadina, fino al Canal di Beagles e le sue isole battute da un vento gelido.
Prendiamo comunque un’escursione in barca a vela che rimandiamo a causa del forte vento un paio di volte, per partire alla fine ugualmente con un mare mosso e raffiche che piegano la barca fino a farle toccare con un lato completamente in mare. Come prima esperienza in barca a vela, posso dire che quella sul canal di Beagles sicuramente mette a dura prova il mio stato d’animo e quello dei miei compagni di viaggio. Tutti incelofanati in gialle cerate solchiamo il mare in tempesta schivando le raffiche più forti con l’abilità di un giovane capitano e del suo mozzo che per otto mesi l’anno fanno questo e per gli altri quattro, durante l’inverno australe, girano il mondo. Nei mesi “caldi” di lavoro il veliero è la loro casa, in cui ci ospitano durante questa escursione estrema, anche loro più di noi speranzosi che il vento cali almeno un po’ tra una cima da tirare di qua e una di là, in un estremo alternarsi di movimenti per coordinare la barca in equilibrio contro il vento.
Dopo circa un’ora di navigazione giungiamo sull’isola “Hacca”, tappa esclusiva del tour di “If”, attracchiamo lungo una ripida parete e scendiamo a terra. Da lì una passeggiata di circa un’ora lungo un sentiero che taglia l’isola spaccata dal vento e dalle onde che depositano sulla riva delle alghe enormi con cui gli yahama usavano cibarsi e ricavare unguenti medicamentali. Ci accompagna il mozzo-guida, un personaggio sulla trentina con una grinta che batte il vento e solca i nostri umori turbati da un gelo che ci rende immobili di fronte alle sue spiegazioni simpatiche e bizzarre sulle specie di alghe, degli uccelli e dei ripari degli yamaha. Mentre gioca con ciò che raccoglie, tra un’alga in testa e una insaponata alle alghe, prova a rubarci sorrisi, forse forte del fatto che molti di noi si stanno chiedendo che ci fanno in mezzo al nulla in battuta di vento e non si curano di ciò che li circonda, se non di cercare di stare il più immobili possibile quasi a voler trattenere tutto il calore del proprio corpo a scudo contro il gelido vento.
Alla fine riusciamo a vedere cormorani e leoni marini costeggiando un isolotto non poco lontano, poi si riparte rifocillandoci con un mate caldo e dei biscotti al cioccolato triplo strato con dulce de leche.

Mentre ripenso a questa gita mi domando quanto il caso possa esserci d’aiuto o recarci sfortuna, a seconda di come decide. Allora per un secondo ripenso a Casa Azul, al brusio dei turisti nelle sere prima, e poi al silenzio della mattina dopo. Un’istantanea che mi assale, per darmi un strattone alla crudezza della realtà, e alla consapevolezza che gli incidenti purtroppo possono interrompere bruscamente un piacevole viaggio che corre. Ma questa è un’altra storia. La nostra, fortunatamente, è a lieto fine.
La nostra traversata infatti- nonostante le difficoltà- volge al termine, e toccheremo terra al porto di Ushuaia completamente congelati ma soddisfatti per un’esperienza unica.
Solcare i gelidi mari battuti un tempo da velieri e esploratori di mondi lontani, verso terre aspre che furono abitate da uomini nudi e dalle loro tradizioni ormai cancellate dagli europei che, come in ogni luogo di conquista hanno portato i loro costumi, le loro credenze, innescando quel processo di trasmutazione verso le culture meticcie, ma a prevalenza ispanico-cattolica. E mentre guardo quelle isole ormai lontane, felice di aver toccato terra, vedo svanire in lontananza una canoa da cui spuntano due teste con lunghi capelli neri e busti scuri e nudi che remano contro vento.
Il destino della Terra del Fuoco è stato segnato dall’ambizione umana, dalla caparbietà di chi ha sfidato il mare e il freddo per giungere fin qui, dove altri uomini, con altre storie sfidarono ogni giorno questo mare e questo vento. Ma non sono riusciti a sopravvivere a questi uomini.

Ma Ushuaia non è solo la terra lontana degli yamaha e dei fuochi che Magellano scorse in lontananza, non è solo la terra da cui deriva forse il nome stesso “Patagonia”….
Ushuaia, la città più australe del mondo, fu luogo di lamento e confino.
Qui vennero spediti delinquenti, ladri, assassini. Ma qui vennero rinchiusi anche dissidenti, anarchici.
Scorrendo la lista di coloro che vennero rinchiusi nel carcere di Ushuaia, i giornalisti furono coloro che maggiormente vi giunsero, soprattutto negli anno 30. Lungo il corridoio freddo e scricchiolante della prigione ormai deserta rivedo le sagome dei condannati, le categorie di detenuti. Gli assassini con il cappuccio rosso, i ladri, e i dissidenti, tutti insieme, lo stesso destino, poca possibilità di scampo. Unico sollievo essere spediti ai lavori forzati nella foresta pur di non rimanere in cella.
Luogo di desolazione e privazione. Abbietto e indescrivibile, per la collocazione che priva in partenza di ogni concezione di reinserimento. Allontanamento oltre uno spazio umano in cui i detenuti vennero privati di tutto, oltre che della libertà.
Giungo alla fine del museo e riesco ad agganciarmi ad una guida spagnola da cui ripesco alcune informazioni sull’origine e la storia del carcere. Allora apprendo che inizialmente l’idea era di creare un luogo di rieducazione, poi negli anni le cose sono peggiorate, soprattutto attorno al 30, e bisogna aspettare il 47 per la svolta, per l’umanizzazione della prigione, per volontà dalla coppia socialista. Eppure l’idea di un carcere ai confini del mondo per il reinserimento non mi convince, mi sembra un controsenso. Come non mi convincono le imitazioni delle divise dei carcerati e i portachiavi a forma di detenuto, venduti nel negozio di souvenir del museo. Decisamente di cattivo gusto, soprattutto pensando che molti perivano in questo fottutissimo posto solo per le loro idee, come quel professore di storia di Buenos Aires, o come l’anarchico russo Radowintsky, solo per citarne alcuni che ricordo.
Commercializzazione bieca della sofferenza. E anche il train della fin del mundo, che riproduce il treno con cui i confinati più fortunati venivano spediti nell’attuale parco della Terra del Fuoco a far legna per giorni interi, al freddo e al gelo, più che il sapore della rievocazione storica ha la sembianza di un giro da luna park, anche questo alla fin del mundo.

E così la Patagonia è stata fatta. Potremmo dire di aver toccato anche questa parte di mondo oltre i confini e meta lontana. Mentre ormai la Patagonia sembra lontana, sento che l’ho vissuta. Mi è passata dentro con il suo carico di storia fredda e lontana. L’aria gelida su un confine che sembra finire oltre il canale di Beagles. Sembra così lontana, ora che sto sorvolando la regione del nord-est dell’Argentina (Missiones) verso Buenos Aires- la Capital Federal, una volta battuta l’ultima tappa con le cascate di Iguazù. Un’altra terra di confine. Le cascare infatti si estendono lungo tre frontiere (Argentina- Brasile- Paraguay) all’estremo opposto della Terra del Fuoco. Lungo la linea di questo paese che abbiamo percorso dalla sua fine, dalle terre degli yamaha, al suo inizio, nel cuore della regione sub-tropicale dei guaranì, abbiamo vissuto le stagioni del continente americano.

Iguazù ha la terra rossa mattone, che si scaglia tra il verde intenso della sua vegetazione sub-tropicale lungo cui corrono strade sterrate verso un cielo azzurro tappezzato da gonfie nuvole bianche. Prenoto un’escursione per andare a visitare un villaggio guaranì, nel cuore della foresta sub-tropicale. Scortata da una guida indigena esperta passeggio con un gruppetto di turisti lungo un sentiero fangoso, sotto una pioggia violenta, superando piantagioni e capanne degli abitanti della comunità. Di tanto in tanto l’indios ci indica qualche trappola per gli animali piazzata lungo il sentiero, illustrandoci sapientemente gli stili di vita e le credenze della comunità, mentre giungiamo, inzuppati fradici in uno spiazzo tra alti alberi. Ad attenderci un gruppo di bambini sotto ad una tettoia di paglia, pronti a venderci i loro oggetti artigianali in cambio di pochi pesos. Munita di monete acquisto un piccolo oggetto da ogni bambino, chiedendo con un sorriso trentasei denti di fargli una foto. E mentre scatto, con l’eccitazione del fotografo ritrattista per aver colto con un’istantanea digitale un tenerissimo volto di un bambino guaranì, sento allo stesso tempo un senso di disagio da turista responsabile contro ogni forma di prevaricazione. Ma alla fine l’esteta prevale sulla responsabile, e ogni scatto suona come un sussurrato “fanculo” al piccolo e bastardo grillo parlante che cercava inutilmente di farmi desistere da fare foto ai bambini, neanche fossimo allo zoo. Ad ogni modo incasso, ringraziando con grandissimi sorrisi. Un paio di bambine mi si avvicinano guardando la macchina che le aveva immortalate flescandole con il flash anti occhi rossi, e divertite si rivedono nel display posteriore, allora ripeto l’operazione cercando di farle capire cosa succede. Non credo di poterle mandare una copia della foto. Ma almeno contenta di averle regalato un sorriso….
Soddisfatta, e impaziente di mostrare le foto ai miei compagni di viaggio che mi aspettano sul bordo della piscina in ostello, raggiungo il gruppo e ci incamminiamo sulla strada del ritorno. Il tour si conclude con una canzone recitata da un altro gruppetto di ragazzini che ci aspettano alla fine del villaggio. Grandi applausi, e non nascondo alla fine un po’ di commozione. Ah, se avessi potuto mettermene uno nello zainetto…e che i bambini del sud hanno gli occhi più grandi ed espressivi del mondo….
I contrasti dei colori della sua terra e dei suoi spazi e l’aria satura di caldo denso e avvolgente ritemprano le nostre anime rinsecchite dal freddo di Ushuaia. Ci rigonfiano di vita ed entusiasmo. Visitiamo le cascate, come da copione facciamo la grande avventura con un mega gommone che ci conduce fino alla gola del diavolo e ci inzuppiamo fino alle mutande sotto le rapide di questa immensa, rigogliosa, florida, surreale, sub-tropicale, spettacolare esplosione d’acqua e colori.

Così distanti anni luce da Ushuaia, vi ripenso sentendo che, se qualcosa mi ha tolto, già qualcosa mi è rimasto. E’ un senso di spaesamento. E’ forse questo il senso del viaggio in Patagonia? E’ questo il senso del suo viaggiare? Come si sentivano gli esploratori quando solcavano i mari freddi lungo queste coste? E che sensazione provavano gli immigrati che giungevano fin laggiù, spazzati da un vento gelido che portava via ogni illusione?
E’ questo il confine? L’avventuroso senso di scoperta oltre gli spazi conosciuti, ma al tempo stesso lo spaesamento per la lontananza e l’isolamento d’un luogo impervio e troppo lontano da casa?

Good bay Buenos Aires. Siamo sul volo di ritorno del lungo viaggio, durato un mese in giro per l’America latina tra Cile e Argentina ed è il momento di trarre le fila dell’itinerario.

Partiamo dalla Capital Federal da cui abbiamo concluso il viaggio. Prima di tutto c’è qualcosa che la rende molto diversa dalla prima città latina che ci ha accolto. Se Santiago è una piccola ma accogliente, B.A. è grande e caotica. Se Santiago è autentica e gialla, B. A. è proiettata al futuro e, a parte le tinte sgargianti del Caminito, si sta uniformando al grigio delle grandi metropoli mondiali. A B.A., quanto era tradizione, quanto negli altri paesi dell’America latina è quotidiano, rimane come folclore, assumendo i tratti dello show, come quello a cui assistiamo nel ristorante “La Estancia” in una delle vie più commerciali di B.A (Calle La Valle). Spettacoli di tango si alternano a ballate gaucho e danze andine. Suggestivo, movimentato, animato, ma resta un’icona in una città ormai per i tre quarti occidentale.
L’incubo dell’aeroporto di Madrid.
In attesa dell’ultima coincidenza aerea all’aeroporto di Madrid, seduta davanti allo spazio fumatori: quattro pannelli di plastica dell’altezza di due metri e al centro dell’area di circa 10 metri quadrati due colonnine per aspirare l’aria, all’estremità delle quali i fumatori più distratti hanno spento le loro sigarette, bruciando le retine dell’aspiratore.
L’aeroporto è come un ingranaggio che ci avvolge. L’atmosfera pressurizzata, tutto vetri e acciaio, alcuni colori solo delle insegne dei gate e le alte arcate portanti con tinte decise dal verde al rosso.
Tutto in movimento. Per passare da una parte all’altra: ascensori di vetro, metropolitana in tunnel lunghi e con passerelle ai lati e uscite di emergenza, scale mobili per tutti i piani, passerelle mobili in tutte le direzioni. Un luogo in cui ci si può spostare in ogni direzione, ma in cui non pare ci siano uscite, dove tutto sembra esaurirsi qui dentro, tra lamiere e vetro, tutto sigillato e perfettamente ermetico, privo di vegetazione e al buio e l’aria irrespirabile a causa di mille buchi dell’ozono.
Quando la terra sarà invivibile o quando andremo ad installarci su altri pianeti, le città forse saranno come questo aeroporto, un luogo asettico, e ben isolato dall’esterno, con luce al neon a tutte le ore del giorno.
Alcuni spazi saranno dedicati alla ricreazione dell’habitat naturale, e allora vedremo campane di vetro sotto cui cresceranno alberi tropicali, rampicanti lungo pali di metallo e liane che penzoleranno verso il terreno di lamiera. Tutto rigorosamente sottovuoto.

Tra poche ore saremo a casa. Quanto ci sembreranno lontane il Cile, l’Argentina, la fredda e desolata Patagonia, l’accogliente San Pedro, e l’ultima tappa del viaggio, la capitale del tango? Per quanto le immagini saranno vive nei nostri occhi, per poi affievolirsi ed adagiarsi nella scatola dei ricordi, proprio lì, accanto alle tante fotografie scattate, agli attimi immortalati, ad un paesaggio, uno sguardo, tra un souvenir, una risata, un orario di partenza, un percorso lungo la strada? Fra tutte le persone incontrate chi ci resterà nella memoria, impresso e indelebile? Sicuramente ricorderemo Hugo, il regista-veliero-avventuriero- patagonico del National Geographic conosciuto nell’hostel Pampa di B.A di ritorno da un giro per il mondo in barca a vela della durata di quattro anni verso la sua città Ushuaia, e che con entusiastica parlantina ci racconta a tratti il suo percorso, e ogni posto raccontato da lui diventa “mui lindo”, fosse anche per l’eccitazione e la grinta che ci mette nel raccontarsi.
Chi invece si affievolirà, e svanirà? Chi è già svanito?
Passeggiando per B.A. incontriamo molti che sentendoci parlare in italiano, cercano di risponderci con un sorriso e una parola stentata nel nostro idioma, per una lontana discendenza, per un parente che all’epoca delle grandi migrazioni giunse in Argentina e si fermò proprio a B. A.
Così Sergio, che ci ferma per strada invitandoci nel suo ristorante “Bella Italia”, pubblicizzato con tanto di maglietta, ci dà il volantino, e sentendoci parlare, ci saluta e ricorda la nonna di origine italiana che voleva a tutti i costi che lui mangiasse un sugo che, a dir suo, faceva schifo, e la nonna italiana a insistere “mangia ch’è buono!”.
O ancora il simpatico tassista che ci porta al quartiere la Boca, ci racconta dei suoi pellegrinaggi in Europa, della simpatia per l’Italia, della sua famiglia, dei quattro figli, di cui due ormai grandi che vanno all’università, che sono da poco tornati da un viaggio zaino in spalla dalla popolare Bolivia, una delle tante opportunità di viaggio in questo mirabile continente. “Sono stato in Italia quattro anni fa, in Calabria dai parenti. Vorrei anche trasferirmi, forse con la famiglia, ma i miei figli non vogliono”. E certo, come potrebbero pensare di migrare da Buenos Aires, tra un week-end in Uruguay, uno in Brasile, per la bella, ma piccola Italia, magari in un paesino sperduto, nel profondo sud. Due mondi, due opportunità troppo diverse. E a proposito di opportunità, sembra proprio che gli argentini considerino il loro paese una terra dalle grandi opportunità, ma mancate. “Ah, se l’Italia avesse quello che ha l’Argentina farebbe tantissime cose”. Sono orgogliosi del loro paese, vedono mille possibilità, ma si rammaricano per la testa dei loro connazionali, che considerano incapaci di fruttare appieno le risorse della loro ricca terra.

Il taxi ci lascia sul Caminito, la via principale del quartiere la Boca diventato celebre per la presenza del mitico stadio dell’omonima squadra. La Bomboniera, proprio nel mezzo delle viuzze del quartiere, incastonato tra le case, quasi per osmosi con ciò che lo circonda. Cuore pulsante di un quartiere nato sulla spinta dell’immigrazione alle spalle della periferia portuale, in cui confluivano flotte di migranti, tra cui molti italiani. Inizialmente zona di degrado e povertà, ma in parte riqualificatasi sotto la spinta dell’impegno di un artista di strada che in queste vie trovò rifugio…Fece ridipingere le facciate di alcune baracche del quartiere con colori sgargianti. E’ il Caminito, è la via principale di questo puzzle i cui tasselli sono ormai percorsi ogni giorno da turisti in cerca di uno scatto memorabile, sotto un balcone colorato, su una panchina, sulla facciata di un edificio rosso e blu, o ancora facendo la foto di un’insegna sgargiante di uno dei tanti negozietti di souvenir che ormai si ammassano lungo le due strade principali del rione.
Non ci addentriamo nelle zone interne della Boca, ma da uno sguardo lontano non ci sembra né più né meno diversa da quelle di qualunque periferia popolare del mondo.
Ciò che rende speciale il quartiere è lo stadio, e la passione che anima ogni suo abitante per i suoi idoli. Elemento collante, emozione condivisa, un credo profondo per tutte le età e senza distinzione di genere. Lo si scorge spulciando tra i gadget sportivi della Boca, venduti nei negozi adiacenti al campo di pallone. Dalle tradizionali magliette dei calciatori, disponibili sia versione originale che falsificata (con una notevole differenza sul prezzo) al perizoma con impresso proprio davanti lo scudetto.
Il re incontrastato resta Diego Armando Maratona. A lui sono dedicati oggetti di ogni tipo, dai portachiavi, alle tazze, con ben impresso nel centro il suo faccione. Quello che stupisce di più è la devozione, l’idolatria quasi religiosa verso il mito calcistico. Sulle magliette dedicate al campione, scritte solenni e sacre “Diegos, mi fede, mi vita, religione”, e ancora….”Non re, non principe, ma dios!”
Lo adorano sinceramente, anche ora che il campione ha appeso le scarpette al muro dopo aver passato un decennio poco apprezzabile nella sua vita privata. Maratona tra gli argentini suscita ancora apprezzamento per la forza calcistica che ha rappresentato a tutte le latitudini.
D’accordo, molti dei gadget a lui dedicati trovano la loro ragione d’essere nella flotta di migliaia di turisti che ogni giorno animano le strade del Caminito, ma tanti, altri sono sicuramente i motivi della presenza del suo nome, della sua faccia, del suo personaggio lungo le vie della Boca.
E’ l’emblema di chi ce l’ha fatta, della forza fisica dell’atleta su cui si sono proiettati i sogni di tanti giovani, ma soprattutto dei giovani della Boca. Il sogno ha preso forma in quelle vie, nel cuore di quel quartiere. Lui ce l’aveva fatta. E anche ora che l’ombra della vita privata ha oscurato la sua vita calcistica, gli argentini gli esprimono affetto e rispetto, quel senso di pietas spontanea e popolare per un grande che è caduto. E nel sodalizio calcistico, nella gioia e nel dolore, i guai della vita privata vengono vissuti con commossa partecipazione senza scadere nel gossip, ma assumendosene le pene di chi è stato un grande nello sport, quasi augurandogli di esserlo anche nella vita.

di Clelia
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