In Bolivia

Racconto di viaggio in Bolivia

Da La Paz

Cari amici dell’emisfero boreale, Francesco ed io siamo a La Paz da ieri pomeriggio, e tutto sembra vada bene, per il momento.

All’aeroporto di Roma regnava un clima surreale, sembrava che fossimo lì per sbaglio, mentre le persone sane di mente se ne stavano alla larga dal prendere un aereo di questi tempi (all’ingresso, una guardia ci comunicava la piacevole notizia di un altro abbattuto con un attentato); l’hostess della Varig ci forniva un tagliando dove scrivere il parente da avvisare in caso di sciagura, e compariva per la prima volta il cartello col quale s’invitava a fare a meno di forbicine per il pedicure.

Comunque, dopo 19 ore di volato distribuito fra quattro decolli-atterraggi (Roma-Rio-S.Paolo-Santa Cruz-La Paz), eccoci accolti da un bel sole australe boliviano, che ci scalda le ossa, mentre il peggio climatico deve ancora venire.
Lo confesso, pensavo che il famoso mal di montagna, il soroche, che si becca chi viene da queste parti, a 4000 m.t. d’altezza, mi avrebbe quasi sfiorato, mentre di lì a qualche ora i miei 96 chili di carne ed ossa erano sfatti, in preda ad un’alta pressione sanguigna di tachicardia ed iperventilazione, spontaneamente provocate dal metabolismo per sopperire alla scarsità d’ossigeno, rispetto alla quantità cui è abituato. Così, fra cefalea, nausea, spossatezza, ci trasciniamo per las callas di La Paz, un saliscendi micidiale dopo 28 ore di viaggio complessivo e un fuso di sei. Metti il freddo invernale e la pioggia, il quadro è completo nella sua azione demoralizzatrice.
Per di più, una cambista presso la posta centrale, con un trucco da tre carte alla stazione di Napoli, mi sola (frega) 50 bolivian facendo finta di sbagliare conteggio dei soldi, ed io, sprovveduto ed in preda alla paranoia climatica, ci casco.

Mah, l’arrivo è di quelli che mettono a dura prova il buon umore di un viaggiatore; comunque, anche per il fatto che oggi il mio corpo ha reagito positivamente all’attentato ipossigenante, nonchè perché cominciamo ad accorgerci in maniera più positiva di quello che ci gira intorno, comincio a vedere le cose diversamente ed ad accennare ad un minimo di programma di quello che sarà, non troppo, però.
Cosi’, abbiamo deciso per il momento di dirigerci verso il sud-ovest della Bolivia, dove ci attendono dure prove climatiche e bellezze estreme, che vi racconterò più in là.

La Paz

A La Paz la gente sembra vivere simbioticamente con le avverse condizioni climatiche; dovunque bancarelle che all’occorrenza sono riparate da un telo di plastica sotto cui convivono mercanzie e mercanti. In questa sofferenza che sembra incosciente, quella sorprendente di un travestito che arranca sulle strade acciottolate, sotto la pioggia. Fa pena vedere il suo viso di campesino che salta fuori da un trucco maldestro, e il corpo tozzo imbellettato da vestiti femminili che vorrebbero essere del nord del mondo.
Stamattina c’è il sole, e rinfrancati usciamo dall’hostal dirigendoci alle rovine di Tihuanaco; facciamo tappa al cimitero, da cui partono microbus Toyota e Nissan, che qui, come in Medio Oriente, hanno invaso il mercato. La gente del posto se ne serve come mezzo di trasporto cittadino e regionale, efficiente e indispensabile rete di trasporto. La differenza è che al posto di donne col chador, ci sono altre col la tipica bombetta, che qui quasi ognuna usa da copricapo. Tuttavia, la postura forzatamente costretta è identica; se esistesse una sindrome da classe economica, farebbe vittime fra questa gente, e non fra quella che viaggia comodamente in aereo.

Dopo aver visitato il sito archeologico incas, insignificante, ci allunghiamo al paesino omonimo dove, in una trattoria a gestione familiare, ci servono un asado di llama, arrosto di carne di lama, accompagnato da banana anch’essa arrostita, ed alcuni tuberi dolciastri. La carne è buona, ma faccio fatica a mangiare il resto; Francesco scherzando mi chiede se abbiamo gli enzimi per digerire questa pietanza, e per un istante mi fa dimenticare il mio mal di denti.
Ordino un caffè nero alla chola saltellante che ci serve, fumo una sigaretta e scrivo. Fra poco, si fa per dire, saremo di ritorno a La Paz.
Sebbene a pezzi fisicamente, decidiamo di continuare la giornata, visitando la parte nuova della città, che non è male. Perfino la gioventù sembra meno brutta.
Ci facciamo tentare dal cinema, e ci sorbiamo A.I. di Spielberg, che ci toglie ogni residua energia.
Domani si parte, e davvero non sappiamo cosa ci aspetta.

Da Oruru a Oyuni: gli altipiani del sud

Al terminal d’Oruru tutte le compagnie interpellate ci dicono che il bus per Oyuni parte alle 20.00 e arriva alla 4.00 + 1. Una doccia fredda, perché già sapevamo quello che ci aspettava. All’ora prestabilita, una moltitudine di campesinos affollati alla pensilina, si accalca per sistemare i bagagli, più che per entrare. Dentro, ognuno al suo posto infagottato di coperte e stracci supplementari per affrontare il viaggio lungo e freddo, che ci avrebbe portato lì dove il clima in Bolivia è più rigido. Dopo poco già ci fermiamo per la cena, in uno spiazzo polveroso dove fanno buoni affari una catapecchia in lamiera che serve cibo locale per pochi bolivian, e una ragazza hermosita che in un metro quadrato cucina dei panini con hamburger e patatine untuosissimi, genuini quanto Mc Donald’s non potrebbe mai fare.
Donne sedute all’addiaccio per terra parlano, io mi defilo per orinare al buio, sotto il cielo stellato e con le nuvolette che mi escono da bocca per il freddo. Si riparte, la stanchezza ci prende cosi’ come il freddo. Arriveremo ad Oyuni sei ore dopo, con i finestrini ghiacciati di questo camion 4×4 adattato a bus, che arranca per lo sterrato, fra manovre tortuose e guadi di fiumiciattoli.

L’arrivo è da incubo polare: sta quasi per arrivare l’aurora, quando scendiamo rincoglioniti dal bus, tentando di razionalizzare l’improcrastinabile; bisogna cercare un riparo a tutti i costi pena l’inesorabile assideramento. Ci dirigiamo così verso la stazione dei treni per cercare riparo nella sala da espera, niente da fare: chiusa. Allora verso l’hostal prescelto, che ci accoglie con misericordia, nonostante l’ora.
Dopo quelle poche che ci permettono di riprenderci, tuttavia ancora attoniti per il gran freddo, ci accordiamo per il tour che ci porterà l’indomani, a visitare le bellezze della Bolivia sud occidentale.
Ecco allora il salares, deserto di sale di un vasto e primordiale lago, ora secco con tanto di isola da cui si stagliano nel bianco accecante cactus enormi; lagune colorate da minerali non metallici; geysers perenni; acque sulfuree in cui è possibile bagnarsi.

In questa smazzata di quattro giorni, siamo fortunati a conoscere una coppia di bergamaschi amanti dell’alpinismo, ragione di un viaggio di sei mesi per l’America meridionale; si diventa subito amici, e la scorreggia sembra essere il leit-motiv di questa parte di avventura condivisa. Le si fanno a tutte le ore: in jeep, durante la cena, ubriachi di rum boliviano, nella stanza con altri turisti. Una, incazzata per essere stata svegliata da simile suoneria alle 4.45 del mattino, si alza e fa per uscire aprendo violentemente la porta, che quasi mi sbatte in faccia. Purtroppo gli amici varcano il confine per il Cile, per continuare le loro avventure, ma ci ripromettiamo di rincontrarci appena possibile.

Si ritorna verso Oyuni, dopo 960 Km. di sterrato, a volte duro, e con la pelle non bagnata da acqua insaponata da cinque giorni; bisogna adattarsi, poiché i bagni dei rifugi dove dormiamo fanno schifo, e non permettono chissacchè, in tema di igiene personale.
Fra poco prendiamo un bus per Potosì, dove arriveremo di notte fonda, alle tre circa: la storia, come in circolo, si ripete.

Le miniere di Potosì, la città più alta del mondo
Il viaggio verso Potosì è simile al precedente, con la variante di un bastardo ubriaco che russa alla grancassa; di tanto in tanto dò dei colpi allo schienale per farlo smettere, fino a quando la stanchezza non prende il sopravvento.
Arriviamo verso le 4.30, e con una turista olandese ci dirigiamo verso l’hostal prescelto. Bussiamo insistentemente, e finalmente ci apre la porta una donna grassa, confusa dall’ora con cui iniziamo una trattativa febbrile per risparmiare il costo della notte in corso: abbiamo dalla nostra che è rincoglionita dal sonno, lei dalla sua che siamo stanchi e disperati. Salomonicamente, ci accordiamo per pagare la metà.

Potosì, a circa 4.000 m.t. s.l.m., è magnifica, cresciuta e sviluppata grazie alle ricchezze delle sue miniere: decine di chiese in stile meticcio, tirate sù da indios dell’epoca; palazzi storici e la famosa Casa della Moneda, zecca reale dove si coniavano i Potosis, moneta in argento che ha sovvenzionato per secoli l’economia della monarchia spagnola.
Tuttavia, quello che m’interessa di più è visitare le miniere, così per l’indomani mi accordo per un’escursione. Mi viene a prendere quella che si rivela un’intermediaria, portandomi in un’agenzia turistica. Dopo un pò, insieme ad altri turisti, ci muoviamo.

Durante il tragitto, ci fermiamo al mercato dei minatori, dove acquistiamo alcune cose che porteremo loro in dono: candelotti di dinamite con detonatore, foglie di coca con catalizzatore (ne prendo anche per me) e sigarette.
Di lì a poco siamo alla miniera al cui ingresso ci forniscono di attrezzatura varia: elmetto, giacca e lampade all’acetilene. Pensavo a carrelli su binari, elevatori elettrici e cunicoli larghi, dove passeggiare come in un museo, ma la realtà che mi si para davanti è peggiore di ogni aspettativa: come in un tunnel dell’orrore di una Disneyland medievale, iniziamo a calarci attraverso angusti varchi obliqui, scavati centinaia d’anni fa nella montagna, di un soffocante inimmaginabile; se avessi sofferto di claustrofobia, sarei morto all’istante,
in preda ad una tachicardia galoppante.

Dopo neanche dieci minuti, pensieri cervellotici mi assalgono: del tipo che Francesco, non vedendomi tornare, magari in seguito al crollo di una volta, avrebbe di sicuro allertato la Farnesina, per salvare noi ricchi turisti, visto che di quei miseri minatori pochi si sarebbero preoccupati. Cerco inoltre di tenere a mente il buio percorso che stiamo percorrendo, per eventuali fughe: macché, dopo poco perdo ogni orientamento. C’inoltriamo attraverso cunicoli dentro cui mi abbasso, mi storco, striscio a quattro zampe nel fango, scivolo col culo. In altri, verticali per scendere di livello, ci caliamo da scale di legno, tiriamo giù a vicenda con argani manuali: faccio presente che peso 95 chili, ma Adolfo, la guida, non mi ascolta, così al buio vengo fatto calare per 15 metri in una gola buia che ci avrebbe portato in compagnia di minatori al lavoro.

Stanno in gruppo o da soli, e quando ne incontriamo qualcuno, le domande di Adolfo sono rituali: quanti anni hai, da quando sei minatore ecc. Vogliamo fare una foto, chiedere qualcosa? Non ho macchina fotografica, e mi astengo dal chiedere al diciannovenne che lavora come minatore da fare domande che in quella situazioni sembrerebbero assurde. Lo fanno per le origini, per cui sono costretti per tradizione e bisogno, a continuare il lavoro dei loro genitori e progenitori. Il ragazzo è annichilito a terra, in uno spazio di pochi decimetri cubi, a fare buchi per due-tre ore, dove poi sistemare la carica d’esplosivo.

Un uomo di 42 è arrampicato su una montagnella di terra a provvedere al suo, di buco. Proseguiamo, e troviamo, in uno slargo (si fa per dire), un uomo di 49 anni accasciato su se stesso a masticare foglie di coca, che servono ad alleviare l’enorme peso di questa fatica. Sono persone che lavorano, se non fosse per la dinamite, in condizioni vergognosamente primitive, costituiti in cooperative dopo la rinuncia dello stato a gestire le miniere nell’86. Devono provvedere da soli all’acquisto di tutto quello di cui hanno bisogno, lavorare come bestie, e guadagnare pochi dollari a settimana, vendendo quello che estraggono e dando una percentuale al gruppo cui appartengono.

Ad un certo punto incontriamo El Tìo, lo zio, figura di diavolo rossa, fallicamente dotata, cui i minatori settimanalmente donano foglie di coca, alcool a 95 gradi, lo stesso che bevono, e sigarette accese infilate nella sue bocca; tutto ciò per ottenere la sua benevolenza.
In questo momento di pausa, Adolfo ci dice che in quasi 300 anni di occupazione coloniale spagnola, è stato estratto tanto argento da questi posti da costruirne un ponte da qui alla Spagna, così come sarebbe possibile con le ossa degli otto milioni e più di schiavi indios ed africani morti nell’estrazione dalla plata.

Il giro volge al termine, ancora arrampicandoci per cunicoli; grida di Adolfo e del bambino di 12 anni che ci accompagna risuonano, assorbiti dall’oscurità: cuidado alla cabeza, …a isquierda, …a derecha…Ci sfottono chiamandoci Indiana Jones nei passaggi più difficili, ma possono farlo quanto vogliono, basta che mi tirano fuori da quest’incubo, che è fuori dal mondo a me conosciuto. Non ce la faccio più, e vorrei piangere a tratti, astenendomi solo per non perdere la
faccia con i boliviani, e i turisti, che mi chiedo se siano disperati quanto me.
Usciamo, ed avrei bisogno di ore di massaggi thailandesi, schiatsu, turchi, e quant’altro, per distendere i miei muscoli che in queste due ore si sono attanagliati per la postura assurda cui sono stati sottoposti. Addio minatori, vi auguro un destino migliore, se possibile.

Ci aspetta ancora un breve giro della città, poi la partenza per Sucre.

Il comedor e il karaoke di Sucre
Nelle tre ore di viaggio, scendiamo vorticosamente i tornanti, abbassandoci
repentinamente di più di mille metri. Deglutisco a ripetizione per compensare:
bene bene, i miei polmoni stanno ricevendo più ossigeno, ed allacciarmi le scarpe non mi comporterà più il fiatone, come a Potosì.
Arriviamo all’hostal, ed incontro l’intermediaria che mi aveva prelevato due
giorni prima in albergo per l’escursione alla miniera, Jaqueline (Un’altra che ho conosciuto si chiama Sheylla: ma che usino degli pseudonimi, queste guide boliviane?). Ci mettiamo d’accordo per bere qualcosa insieme, dopo la sua doccia e la nostra magnata serale. Di fronte c’è il mercato comunale, e lì dentro il comedor; siamo fortunati della nostra allocazione. Il posto è pieno di famiglie con bambini, bei ragazzi e ragazze, e disperati morti di fame: tutti attorno agli stands dove belle fanciulle, ma anche vecchie decrepite, preparano i loro intrugli.

Giriamo per le bancarelle del cibo, e dispenso complimenti e sorrisi alle cocinere, ricevendone altrettanti (solo sorrisi, però). Si servono minestre che rassomigliano all’acqua sporca di un lavaggio di una dozzina di coperti; ancora, chorizos preparati chissà quanto prima e riscaldati al momento della richiesta, panini ripieni d’ogni possibile attentatore al fegato. Penso che se qui varrebbero le norme igieniche dell’Unione Europea, si dovrebbe ricoprire tutto di calce viva. Invece no, ordiniamo e mangiamo, cercando di non scrutare quello che abbiamo nel piatto. Buonissimo. Ah, che piacere tornare con gli intestini a pezzi, vuol dire che n’è valsa la pena…

Jaqueline è pronta, noi anche. Ci porta in un posticino simpatico, ben frequentato. Ci raggiungono di lì a poco una certa Marioli, una chiatta (grassa) che mi ricorda le donne dal parrucchiere del film Tano da Morire, di Roberta Torre, ed Elba, la provocatoria dueña (proprietaria) dell’hostal dove dormiamo. Marioli, la Gorda ipertruccata, va avanti con battute a doppio senso, e se non fossi adulto e vaccinato, quasi quasi arrossirei. Le altre ridono di gusto e Francesco ed io c’interroghiamo su quello che ci potrebbe essere sotto.

La Gorda ha voglia di karaoke, che in Bolivia spopolano, e d io faccio appello sulla stanchezza delle astanti. Elba da forfait, mentre Jaqui dà il suo assenso. E va bene, è un’esperienza come un’altra. Il locale mi sembra quello dove facevano gli streap tease a Napoli, in via Partenope (Lido 21?), ma ridotto peggio: poltrone consunte, tavolini laccati e scorticati, camerieri sordidi si aggirano appioppandoti ulteriori ordinazioni appena hai il bicchiere vuoto. Di lato, una puttanona impiegata del locale, stile Edwige Fenech anni ’70 (Giovannona Coscialunga, per intenderci), cerca di far ubriacare un paio di turisti inglesi, al cui tavolo si allunga il numero di bottiglie vuote. All’improvviso, mi viene il terribile sospetto: è tutta una macchinazione, ordita dalla Jaqui fintamente stanca e dalla Gorda divertente, in combutta con quelli del locale, per portarci turisti da spennare? Nel dubbio, minimizziamo i danni ordinando il meno possibile.

Il karaoke va avanti, e si alternano al microfono debosciate e mammasantissima che al canto esprimono il meglio della propria virilità; in un kitch sfavillante, video altamente improbabili fanno da sfondo e contesto alle parole che, illuminandosi mano mano, risucchiano dall’anima degli aspiranti artisti miserie e frustrazioni. Mi lascio andare, e chiedo che sia inclusa nella lista delle richieste anche Besame Mucho, almeno qualcosa la posso seguire. Al momento in cui è trasmessa, l’equivoco salta fuori: una voce alle casse dice che Marco canterà ora questa bellissima melodia. Cerco di temporeggiare, ma niente, devo cantare; mi danno il microfono, che se fosse affilato farei harakiri, ed invece per la prima volta in vita mia, canto al karaoke! Per darmi un contegno da esperto karaoke-mam, mi atteggio a Manlio Sgalambro, che la cantava quest’estate ai concerti di Franco Battiato, ma l’effetto non è compreso, così, aspetto pazientemente la fine e do di voce.
Ce n’andiamo, e il danno economico fortunatamente non è rilevante.
Ancora qualche chiesa, convento, palazzo e partiamo per Cochabamba, la città dell’eterna primavera e del mercato più grande della Bolivia.

Gioie e dolori a Rurrenabaque, bacino amazzonico occidentale
Arriviamo all’aeroporto militare di la Paz molto presto, perché i posti per Rurrenabaque terminano rapidamente, comprati da turisti che aspirano all’avventura amazzonica.
Cattiva notizia: a Rurre piove, e finquando non smette, niente voli. I rinvii si susseguono, e noi turisti ci trasciniamo scocciati fra le panchine e il comedor, tre metri in tutto; caffè e sigarette a iosa per scacciare la noia.
Finalmente arriva l’OK, e sono emozionato di volare con l’aereo ad elica, con gli intestini molli per la mia paura atavica del volo. Aereo essenziale, quello del Transporte Aereo Militar, però a bordo un tipo in divisa ci offre del caffè, sforzandosi di fare lo steward gentile, e ci riesce.

L’atterraggio è su un campo d’erba, dove in lontananza pascolano cavalli e puledri: come sempre capita con un volo, in pochissimo tempo i paesaggi cambiano radicalmente: in questo caso si passa dall’arido altopiano di La Paz, alla foresta amazzonica boliviana, lussureggiante, calda e piena d’insetti.
All’hostal, come già in precedenza, ci accordiamo per il solito tour: pampa o selva, animali o vegetazione? Vada per la pampa, come chiedono anche Pancho (alias Francesco), e Nadin, viaggiatrice svizzera: forse avrei preferito la selva, ma chi se ne frega, i circuiti turistici sono poco dissimili gli uni dagli altri.
Si va al ristorante, per mangiare il pesce cucinato stupendamente da queste parti, al punto Internet, e a bere un caffè. Incontriamo Maria, una donna che ci raccomanda vivamente la selva, ma è troppo tardi. Forse se ne riparlerà al ritorno.

Nella nostra stanza, è tempo di riepiloghi, monetari e di tempo. Così, febbrilmente ci diamo a conteggi improbabili. Richieste d’aiuto ed imprecazioni da parte dei tre per la difficoltà di concentrarsi si susseguono: “Pancho, ti prego, quanto fa 235 Usd meno 50?”: “Zveinzi, dreichi…oh, scheisse”; “Ottanta, novanta, cazzo. Marco non mi trovo!” Ad un
certo punto, non resta che piangere dalle risate per l’idiozia alla quale ci stiamo prestando.
Parte il tour: jeep per tre ore, trasloco del necessaire al barco, in fiume per altre tre.
Le posizioni per trovare pace non si contano: nel frattempo uccelli spaventati decollano e atterrano, tartarughe si tuffano in acqua dai rami sui quali riscaldano il sangue al sole: coccodrilli a muso spalancato restano immobili, famiglie di mammiferi che vedo per la prima volta ci guardano intimoriti, e scappano di tanto in tanto. Ma più inquietante, è il verso di un uccello che sembra che ansimi: ah, ah. Lo imito: ah, ah.
Il campo in riva al fiume è provvisto di tende enormi con zanzariere, ma è troppo tardi perché già siamo punti da tutti gli insetti possibili e immaginabili, compresi i tafani, che almeno in Italia hanno la crianza di succhiare il sangue solo agli animali, ma qui no. Tutto fa brodo, per questi bastardi.

Le provviste sono innumerevoli, e comprendono pollo, verdure, frittelle, riso, brodi vari, e purtroppo quello che è il tentativo di ingraziarsi i turisti con un piatto di pasta, alta cucina internazionale: una sbobba moscia che si mangia solo perché il menù non è a la carte.
D’altro canto, la guida fa il possibile per raccontarci fatti sul posto che stiamo visitando, per aumentare un punteggio che alla fine del tour può essere riscosso sotto forma di propina, mancia, se il turista è di buon cuore. A volte è costretto a catturare anaconde velenose e non, e se i turisti lo chiedono all’agenzia, anche piccoli coccodrilli, ad uso e consumo di foto squallide e preconfezionate di viaggiatori poco sensibili. Gli israeliani, come spesso accade, eccellono in questo machismo: durante il giro, un’altra guida si tuffa in uno stagno, ne cattura una, la stanca, e la porge gentilmente ad un gruppo che, afferrata fra gola e coda, se la mettono al collo a turno, a mò di sciarpa, per le foto di cui vantarsi in seguito. Sono solo una manica di stronzi.

La compagnia non è delle migliori, comprende una coppia di australiani formata da una checca pentita, e una sorta di Pippi Calzelunghe incartapecorita dalle nevrosi; una coglioncella arrogante di 23 anni, che è un vero peccato: molto carina, inutilmente; una Cazzi Sua in viaggio da due anni e mezzo; noi tre. Come dice il proverbio cinese, aspetta il cadavere del nemico in riva al fiume: così la Cazzi Sua in uno scatto di acidità estrema, mette al posto suo Pippi, il cui sorriso, che in altre occasioni si vorrebbe prestare a moti di simpatia, ora le è stampato sul viso incrinato, e con segni evidenti di sbavature. La
carina a più riprese deve spiccare salti dalla jeep per attacchi repentini di diarrea; se eseguissi le tecniche di Aikido in un solo tempo, così come fa quella per non cagarsi sotto, sarei avanti di un paio di cinture. E’ una vera goduria assistere a tutto ciò.
Torniamo scottati, punti e stanchi. Offriamo la cena alla cocinera e alla guida, più una piccola propina, e ci buttiamo sotto la doccia e sulla tazza del water. Dopo un misticheggiante controllo dell’apparato digerente durato 72 ore, è tempo di vendette.

Gioie e dolori a Rurrenabaque, bacino amazzonico occidentale (parte seconda)
Forse la serenità dopo la tempesta intestinale mi ha dato l’imput per un secondo tour, quello della selva. Una donna che si occupa d’assistenza alle popolazioni indigene locali, conosciuta qualche giorno prima, parte domani; la raggiungo e do la mia partecipazione.
Stavolta niente jeep, solo barco, e la compagnia sembra migliore di altre volte: un gruppo di sloveni (anche loro?!), e una coppia di francesi, che sembra in crisi. Lei statuaria, corpo da modella, fisico indistruttibile, fa trekking abitualmente e sembra che oltre al suo zaino, potrebbe portare me e il mio, sulle sue spalle.
Il campo è identico all’altro della pampa, da cui proveniamo: letti con zanzariere, mensa ben fornita e possibilità di baño al rio; lo facciamo tutti, pagando lo scotto d’essere torturati dai morsi dei tafani.
C’è chi resta un giorno, chi due, chi tre: la guida ci porge le opzioni, come in un gioco a premi, a seconda della durata che scegliamo. Per spirito di gruppo, nonché per pressioni esterne, accetto quello di tre, nonostante non abbia portato i ricambi, perché pensavo ad una durata inferiore dell’escursione. Pazienza ed Elasticità. Non sapevo che, senza possibilità di fuga, sarei andato incontro al terrificante Trekking Orizzontale Della Selva. Eccomi fottuto.

Si va da un rio all’altro, dove ci si accampa alla buona, e il giorno dopo si torna: ore di cammino estremo. S’incomincia coi guadi su tronchi sospesi, altri crollati da scavalcare, avvistamenti del serpente più veloce e cazzimmoso (termine napoletano dai molti significati; in questo caso vale come feroce) del west: con un’espressione di un abitante del Caucaso che racconta del castello di Dracula agli sprovveduti viaggiatori, la guida ci spiega che una volta disturbato, il serpentaccio insegue la sua vittima fino a che non placa la sua sete di morte. Poi, ci spiega il trattamento a cinque stelle riservatogli da
indigeni allorché fu morso, anni fa: freccia in testa al rettile e taglio della stessa, laccio alla gamba con incisione della parte morsa e suzione del sangue, serpente a fettine, usate come impacco per assorbire il veleno, pasto a base delle stesse, cucchiaino di miele per calmarlo, come si fa coi bambini, trasporto al villaggio su barella autocostruita sul posto. Mi chiedo se la guida abbia il miele o un siero, per salvarci la pelle in caso di morso.

Si continua, con illustrazione dei poteri medicamentosi d’alberi e piante: c’è n’è per tutti i gusti: per fare figli o abortire, curare reumatismi, anestetizzare ecc. Nel frattempo, ci s’imbatte continuamente in ragnatele, con bestie dalle dimensioni più varie da rimuovere fra testa e collo; bisogna stare attenti alle formiche rosse, particolarmente voraci, e buttare un occhio indietro causa il famoso serpente.
In una radura, sosta per il pranzo: grave errore. La cocinera, scoperchia una pentola come il Vaso di Pandora, e ho la visione terribile di quello che c’è dentro: pollo scaldato, riso altrettanto, buste di plastica contenenti verdure già preparate, tutto insieme appassionatamente e con garanzie igieniche sotto zero; se non mi è venuta la diarrea finora, vuol dire che sto reagendo bene, con anticorpi di ferro.
Mi offro di sbucciare le patate e dopo un po’ cominciamo a mangiare, infastiditi in maniera progressiva da insetti attratti dal sudore che ci scende a catinelle; ad un certo punto sono costretto a mangiare correndo col piatto in mano per tentare di disorientare le bestiacce, che mi sono negli occhi, nelle orecchie, nei capelli. Scappiamo.

Si arriva al campo, si può fare il bagno nel rio, si sistemano le tende, la cocinera cocina: tutto bene. Dopo un caffè a base di acqua marrone del fiume e un sigaretta razionata fra di noi, a nanna. Puzziamo come cavalli, i materassini sono sudici, i vestiti anche, di sudore e fango, le punture di insetti, a centinaia, ci danno il tormento: forse per completare l’esperienza, potrei fare un tour di altri tre giorni nei giardinetti della stazione centrale di Napoli.
Di notte tuoni lontani danno l’avvisaglia della pioggia imminente, ma fortunatamente le tende di fortuna, fatte di foglie come materasso e teli di plastica come tetto, resistono.
Alle sei in piedi, piccolo desayuno e via, verso la civiltà di Rurrenabaque. Durante la via del ritorno, farfalle dai colori cangianti ci svolazzano attorno: vadano a farsi fottere, così come la famiglia di cinghiali che con considerevole culo avvistiamo.
Non me ne frega niente, voglio la lancia, e con essa il ritorno ad un cesso, una doccia e vestiti puliti.

Copacabana e L’Isla del Sol
L’aereo militare riporta noi turisti stanchi e soddisfatti a La Paz. Di nuovo il soroche s’impossessa di me, e l’unica è aspettare l’indomani per ricominciare a ragionare.
Appena listo (pronto), parto per Copacabana, sul lago Titicaca; piacevole cittadina situata fra due colli, tette protettrici della madre terra, Pachamama. Non è male, ma un po’ troppo turistica, coi suoi ristoranti occhieggianti e tanti negozi di artesiana, ad uso di viaggiatori diretti verso Puno, Perù, nonché all’escursione dell’Isla del Sol, dove sono diretto.
Il posto più originale, come al solito è il comedor del mercato, che rivela tuttavia la tristezza che vi è: desolazione, bambini che giocano fra gli scarti alimentari, cocinere che cercano di accalappiare i pochi che si avventurano con cantilene ripetitive: “Hay pescadooo, hay sopa de fideooo, hay papaaas y arrooooz”. Mangio muto e rassegnato, sorbendomele con pazienza.
La mattina dopo, una lancia mi porta alla Isla. Sbarco spaesato, ma dopo un breve rendersi conto, si capisce il da farsi: trekking verso la parte settentrionale dell’isola, per la visita ad alcune rovine, poi ritorno verso il sud, esplorando il resto che c’è da vedere. Stavolta sono solo, non partecipo a nessun tour, quindi me la prendo comoda comminando lento. Il paesaggio mi ricorda posti conosciuti, come la costa Cilentana o Sarda; ed altri sconosciuti, come le isole Eolie o quelle greche.
Arrivo a Challa, villaggio a ridosso di una spiaggia incantevolmente bianca, e decido di fermarmi, non perché sia tardi, ma per la stanchezza di trekker improvvisato.

Non c’è niente da fare, se non stare seduti sull’arena, fra cagatelle di pecore, e guardarsi intorno. Passano come in una transumanza locale greggi e mandrie di muli, vacche, maiali, capre, spinti da donne e bambini, alcuni di pochi anni. Nel frattempo, le stesse imbarcazioni usate la mattina per trasportare turisti, stavolta sono utilizzate per rifornire le famiglie del posto dei generi più vari. Come mosche, i locali si accalcano sulla spiaggia per ritirare ognuno il suo.
La vita scorre lentissima, e quando fa scuro, gli abitanti di Challa sono nelle loro case di fango e paglia, alcune col tetto di lamiera, per consumare i loro pasti ed apprestarsi al riposo.
Mangio anch’io, in compagnia dei soliti americani ed australiani; dopo un po’ li lascio ai loro discorsi sulle belle cose che hanno visto ed a quelle che stanno per fare, e mi siedo fuori, al buio. Un mate de coca ed una sigaretta non riescono a scaldarmi dal freddo pungente, ma la pace del posto fa presa su di me.
Domani il villaggio riprenderà le sue solite attività, ed io continuerò il percorso alla volta del sud dell’isola, poi Copacabana e La Paz, per gli ultimi giorni di questo viaggio.

Ultimi giorni a La Paz, considerazioni sul viaggio:
Durante questo mese, così com’è capitato in altre occasioni di viaggio, in vari momenti, come al giro degli Altipiani meridionali o i tour nella pampa e nella selva di Rurrenabaque, è successo di condividere queste esperienze con altri turisti, o viaggiatori che siano, molti dei quali in giro per parecchi mesi o addirittura anni.

Non sempre è stato piacevole, soprattutto quando mi sono imbattuto in persone di cui non condivido lo spirito del viaggio. E’ capitato a volte di assistere a comportamenti arroganti o evidentemente aventi moti di superiorità verso i locali, o comunque ad altri che non dimostravano un reale interesse verso quello che si stava visitando, ma piuttosto per quello che egoisticamente si stava prendendo dal posto e dalle persone di cui si era ospiti.
In jeep, allorché quando un paio di olandesi, più una svizzera decidono di fermarsi per pisciare, non danno il tempo all’autista, che pure sta sopportando le fatiche di 960 km. di sterrato, a tratti pesante, e comunque supportandoci di tutto quello di cui abbiamo bisogno, di fermarsi, perché sentendo il bisogno di esprimere la loro superiorità culturale ed economica gli urlano nelle orecchie uno STOP! deciso ed imperativo, al che il povero non può far altro che chiedere loro di astenersi dal gridare, mentre si sarebbero meritate una testa nel finestrino.

Ancora, la cocinera, la cui vita certo non ha le prerogative offerte a noi in Europa, così come in Australia o Nord America, per rompere il ghiaccio con una coppia di lesbiche (chiaramente ne era all’oscuro) chiede ad una di loro se è sposata: apriti cielo, le due stronze, di cui una è in attesa di scrivere un libro, ancora non si sa in che lingua, e l’altra si occupa di relazioni pubbliche, danno il meglio con prese per il culo a ripetizione in presenza ed assenza della sfortunata, la cui vita non le permette di affrontare un argomento più impegnativo, che quello di chiedere lo stato civile, l’età o se si ha figli; roba semplice, tuttavia migliore delle loro masturbazioni mentali.
Esempi come questi, più o meno eclatanti, se ne vedono a ripetizione, in viaggi di questo tipo; la grande comunità di viaggiatori indipendenti, che scorrazzano in lungo e largo sul globo, assistita e garantita da guide tipo l’australiana Lonely Planet, la francese Guide du Routard, o anche l’italiana Clup, non sempre assume comportamenti responsabili nei confronti delle persone e dei luoghi che si stanno conoscendo. E’ facile assumere atteggiamenti di superiorità, data quella effettiva economica, da parte da gente protetta da società avanzate, tuttavia questo credo sia il danno maggiore che si possa arrecare ai locali.

Per molti di questi, è semplicemente arduo se non impossibile, immaginare come noi turisti ricchi abbiamo la possibilità di starcene a zonzo in posti così lontani dalla propria casa, mentre loro devono farsi un mazzo per guadagnare al giorno l’equivalente della nostra uscita serale, ma anche molto meno.
Paradossalmente, a volte penso che forse quelli che scelgono vacanze in villaggi tipo Club Mediterranee o Alpitour e Sharm El Sheick, ad esempio, diano meno fastidi e disagi alla popolazione locale perché circoscritti in aeree delimitate, e portatori di danaro in una settimana che a me basterebbe per un paio di mesi, o poco meno. Sicuramente danno meno disagi dei coglioni che si atteggiano a viaggiatori di tipo profondo, mentre spesso hanno comportamenti irrispettosi ma anche disinteressati verso la realtà locale.
La situazione non è solo come la sto dipingendo, tuttavia ce n’è per tutti i gusti, e certo i milioni di persone che vanno su e giù per la terra, non sono tutti stinchi di santo.

Per quello che potuto, ho cercato di avere un minimo di rapporto con i boliviani, anche se un mese passato qui probabilmente mi avrà permesso di scalfire appena la realtà locale. Tentativi di dialogo, sorrisi, carezze ai bambini che in tenera età lavorano nelle miniere, come pastori, o altro ancora; domande artificialmente semplici ed innocue alla cocinera del comedor, e complimenti alla stessa per il cibo che sta servendo: ne ho tentate di tutte per ottenere un minimo di rapporto da questa bella gente, che per la maggior parte conduce una vita di estremo sacrificio. A volte è stato molto difficile, come nel caso delle guide e delle cocinere dei tour amazzonici, che ce la mettono tutta per compiacere il turista, che poi presumibilmente darà loro una mancia, in modo da arrotondare il misero salario quotidiano che pagano le agenzie; Con loro non c’era possibilità di confronto, perché mai ti avrebbero contraddetto. Una volta con Chachi, cocinera nella pampa, le ho provate tutte: dall’elemento psicologico a quello emotivo del senso di lutto di perdita di un caro, alla storia delle nostre famiglie e così via. Niente da fare: mi dava sempre e comunque ragione su tutto quello che dicevo.

Riguardo la Bolivia, ho avvertito una problematicità di forte corruzione agli stadi intermedi della burocrazia: una sorta di mors tua vita mea, a tutto danno della stragrande popolazione che è alla base della piramide sociale, che ha non altre soluzioni che farsi il culo per tirare avanti, sperando in tempi migliori.
Maria, la donna di Rurre che lavora con gli indigeni, e colla quale sono stato in giro nella selva, ha contribuito molto a farmi un’idea, seppur approssimativa, di quello che passa in Bolivia, in termini di corruzione e condizioni dei locali.

Quanto a voi amici, che spero abbiate avuto la pazienza di leggere quello che mi stato ispirato in questo mese dalla realtà che vissuto, vorrei volentieri compensarvi con un mate de coca, alla maniera di Donna Eugenia, che prepara piatti semplici e meravigliosi nella sua fricasèria, alla periferia di Potosì.

di Marco

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