Un mese in Brasile

Racconto di viaggio in Brasile

Sono sposato da alcuni anni ed ogni volta che parto per una zona esotica del mondo la domanda che mi sento ripetere quasi ossessivamente è: “Cosa ci vai a fare con tua moglie?
Mi è capitato quando sono andato a Cuba, ma anche in occasione di un viaggio in Messico e, a maggior ragione, quell’anno in Brasile. Come se un uomo sposato debba al massimo ambire ad un week-end a Lido degli Estensi. Siccome non ne sono affatto convinto, tignoso come un mulo maremmano, quella volta ho voluto proprio esagerare. Così, in vacanza in Brasile, ci sono andato con tre donne: una moglie e due amiche, tiè!
Auto investitomi dei galloni del capo branco, già sulla via per Malpensa inizio con un dettagliato decalogo di regole da seguire scrupolosamente. Pianifico l’arrivo al terminal uno, stabilisco di parcheggiare nell’area nove, elargisco precise istruzioni per un comodo pagamento con carta di credito e dispongo di raggiungere l’area d’imbarco senza perdere tempo prezioso.
All’arrivo mi accorgo che la macchina, guidata dall’amica Rosy, tecnico della Coldiretti di Verona, punta sparata al terminal due e parcheggia nell’area cinque. L’amica Monica, avvocato di Napoli, stabilisce con l’omino del parcheggio un pagamento anticipato in contanti e mia moglie Rosanna propone di fare colazione al bar dell’aerostazione, prima di un’accurata visita al Duty Free. Non ci si scappa, il messaggio è più che mai chiaro, il gruppo mi è già sfuggito di mano, non ho la leadership!
Nessun problema.
Destituito dei gradi di capitano e sprofondato al rango di bagaglio a mano, mi metto il cuore in pace. Ma soprattutto mi convinco che, senza la responsabilità del comando, posso vivere questa esperienza con gli occhi e la mente liberi. Dell’antropologo, potremmo dire. Ed è in questo modo che scoprirò curiosi aspetti sul Brasile, sull’universo femminile e sulla guida Lonely Planet.

BRASILE
Arrivati in Brasile ci si accorge che uno dei contorni più impiegati dai cuochi è la Farofa. Una gustosa materia granulosa simile alla polenta o al cous cous. Gia dai primi giorni di permanenza il viaggiatore è dunque aggredito da un assillante interrogativo. E’ la Farofa ad essere ricavata dalla Tapioca a sua volta estratta dalla Mandioca? Oppure è dalla Farofa che nasce la Mandioca da cui poi estrarre la Tapioca? O forse non sarà che dalla Tapioca nasce la Farofa con cui produrre la Mandioca? Amletico. Il visitatore non ha ancora finito di domandarselo che già la Farofa gli sta sugli zebedei.
Per prove ed errori s’impara quindi qualche regola di sopravvivenza. Per esempio, ordinando un qualsiasi genere di piatto, è necessario specificare: senza Farofa e senza coriandolo (simpatica erba aromatica che sa di cimice spiaccicata, utilizzata dai brasiliani anche nel dentifricio).
Uno degli aspetti più eloquenti del Brasile, inoltre, è la devozione pressoché totale a Dio. La religione cattolica è radicata in tutte le sue forme – ci sono chiese Battiste, Metodiste, Avventiste, ecc… – e lo si nota vedendo che, dai dodici anni in su, una ragazza su due è incinta. Satana e il preservativo, evidentemente, sono la stessa identica cosa. Quantomeno, il profilattico – e non potrebbe essere altrimenti – rappresenta una delle ultime voci di spesa.
Poi ti capita di salire su un autobus di linea e ti rendi conto che tra i conducenti del servizio di trasporto pubblico la devozione va oltre alla figura di Dio, estendendosi a quella di Ayrton Senna. Un consiglio che mi sento di dare, pertanto, è di avvinghiarsi ben forte agli appositi sostegni.
Proprio a proposito di suggerimenti, posso dire che alcuni di quelli più classici sono da rispedire al mittente. Ad esempio, quello che ti invita a portare in Brasile soltanto oggetti di scarso valore. Ebbene, quando al Pelourinho, pittoresco quartiere di Bahia strapieno di criminali, mi sono trovato ricoperto da una banda di disperati attratta dal mio modestissimo Sector – un oggetto senza troppo valore, benché destinato ad un genere di uomo che non deve chiedere mai –, ho capito che in Brasile devi andare a spasso, non con oggetti di scarso valore, bensì senza oggetti di alcun valore. Dopo quell’esperienza posso dire di rimanere sempre quel genere di uomo alla Denim, ma mi sia consentito, almeno, chiedere l’ora.

Il tempo
I brasiliani hanno una visione spazio temporale che agli occhi di un europeo può sembrare distorta. Per un prestito di 10 reais (circa tre euro), lo sportello di una banca può essere occupato tre ore. La persona in questione deve raccontare all’impiegato tutta la sua vita e le ragioni che lo hanno spinto ad una richiesta tanto esosa, pur non disponendo della adeguata copertura. Il bancario, a sua volta, deve digitare tasti a caso sul computer per mostrare al cliente che se ne sta occupando (in realtà ha fatto scacco matto in dieci mosse). Al termine della trattativa – vana per il cliente – i saluti possono comportare altri 20 o 30 minuti. Il turista che assiste alla scena in coda, di solito, si risente. Questo esempio ci fa capire quanto i ritmi della vita brasiliana siano scanditi in maniera differente. Compassata, potremmo dire, se paragonata alla nostra. Ed è quindi tanto lo stupore del turista nel constatare l’apparente contraddizione, non appena sale su un autobus.

Adolfo
La filosofia di vita di gran parte dei brasiliani mi è stata stupendamente sintetizzata da Fito, diminutivo di Adolfito a sua volta derivante da Adolfo (un po’ come il discorso della Farofa). Si procedeva lungo la costa nord di Bahia, diretti verso una riserva di tartarughe marine ammaestrate, quando la solerte guida ci ha fatto notare:

“Vedete il cristo che campeggia laggiù, vicino al porto? Avete notato che ha un solo braccio staccato dal corpo? Ricordate che il Corcovado, a Rio de Janeiro, li ha staccati entrambi? Ebbene, con quel braccio spalancato verso Sud il messaggio è lampante: cazzo, stai sbarcando a Bahia, se vuoi lavorare ti conviene andare a Sao Paulo!”

E’ questa la visione della vita del logorroico Fito, peruviano di nascita, brasiliano di adozione, finito a Salvador da Bahia per il semplice motivo che a Lima ci si rompe i coglioni. Un punto di vista magari non suffragato da sufficienti elementi storiografici, quello sul cristo di Bahia, ma che mi ha stimolato un’altra riflessione. M’è venuto in mente che il Corcovado, con entrambe le braccia spalancate, agli oltre 50 milioni di brasiliani con le pezze al culo, sembra ripetere all’infinito: cosa volete che vi dica!

Mario.
Gli italiani che vivono in Brasile meriterebbero un discorso a parte. In tutti quelli che abbiamo conosciuto, lo sguardo denota felicità e nostalgia. Come se il sole, il mare, la natura, le donne, il samba e tutto il resto, non riuscissero a colmare il vuoto lasciato da Uno Mattina condotto da Luca Giurato. A Sao Luis do Maranhao, abbiamo incontrato Mario. Intellettuale giramondo attempato, casado – come dicono loro – con Nila (per la cronaca il testimone di nozze era un tassista ubriaco raccattato all’ultimo momento con la promessa di una fiasca di cachasa).
Non avevo ancora finito di decantargli il fascino perverso di Bahia, la curiosa struttura galleggiante del porto di Manaus, lo splendore mozzafiato dei tramonti sul lago Canaçari, la fantastica portata del Rio delle Amazzoni, l’incredibile incontro delle acque tra Rio Negro e Rio Solimoes (da cui prende origine il Rio delle Amazzoni), che lui mi fa:

“Vedi Antonio, il Brasile è, sostanzialmente, un paese di merda!”
“Ah!”

Poi mi spiega:

“Vedi, ci sono oltre 50 milioni di diseredati totali. Il senso della famiglia si limita alle attenzioni particolari degli adulti nei confronti di bambine di dieci anni. A dodici anni hanno già un figlio che il più delle volte è lasciato in balia di se stesso. Queste bande di ragazzini tirano colla e si mandano in pappa il cervello. Se ti prendono in cinque o sei, ti squartano vivo. A Sao Luis, che è una delle città più tranquille del Brasile, ci sono venti morti ammazzati a settimana. L’altro giorno, dove sei tu, hanno scannato un poveraccio che aveva dei soldi vinti al Bingo. La polizia è corrotta, la cocaina va più della Coca Cola e venti famiglie in tutto tengono per le palle questo paese, affamandolo nonostante tutte le sue ricchezze. E Lula non può fare un cazzo!” (Per inciso, nel paese maggior esportatore al mondo di travestiti il presidente non poteva che chiamarsi Lula, ndr)
“Tu dici che servirebbe più consapevolezza al momento del voto?” Faccio io, ingenuo come Alice nel paese delle meraviglie.
“No, io dico che queste 20 famiglie andrebbero sterminate!”
“Ah!”

Già me la immagino, io, la rivoluzione dei brasiliani. Lance in resta, rulli di tamburi, baionette alla mano. Tempo cinque minuti e suonerebbero tutti il tamburo!

UNIVERSO FEMMINILE
La frequentazione con l’amico Mario sconfina anche in questo capitolo. Prima di proseguire, però, mi sia consentito di preparare il terreno con qualche doverosa premessa. Vivendo per oltre 26 giorni con tre donne ho potuto appurare che:

1) una donna necessita del bagno dalle 12 alle 15 volte al giorno. Moltiplicando questo valore per tre, ci si rende conto di come la cosa abbia prodotto attese supplementari (quasi di più che ad uno sportello di banca);
2) ogni città del Brasile è piena di mercati e mercatini. Ogni oggetto di artigianato locale, presente su ogni bancarella di ogni mercatino, per qualche strano motivo (credo di carattere genetico), desta nella donna interesse. Questo fatto produce a sua volta attese supplementari, soltanto parzialmente compensate dalla vivacità dei conducenti di autobus;
3) il senso d’orientamento della donna è pari a quello di un carciofo. Questa condizione non contrasta con la ferma volontà di voler comunque guidare la macchina. E’ un fatto che produce attese supplementari, poiché ci siamo trovati più volte a girare come pazzi per uscire dal parcheggio dell’albergo.

Partendo per un lungo viaggio con tre donne, tra l’altro, ci si deve arrendere all’idea di non essere ascoltati. Una cosa che mi è capitata più volte è stata di cominciare un discorso che ritenevo interessante rivolto alle mie tre compagne di viaggio e di concluderlo con il cameriere, giunto provvidenzialmente a raccogliere i cocci del mio ego.
Tentare di infilarsi in un loro fitto dialogo è stato un po’ come interpretare Mission impossible. Per farlo ho così dovuto cominciare ad estremizzare i concetti, per renderli più incisivi. Come quando ho dichiarato che i Rolling Stones stanno ai Beatles, come l’orina di cinghiale sta allo Champagne. Monica pensava l’esatto contrario e, quella volta, la discussione si è animata, vedendomi addirittura protagonista.
Ci sono, poi, le donne brasiliane. E qui il discorso si fa complicato. L’opinione che la donna europea si fa di quegli uomini europei che in Brasile vanno ad apprezzare le bellezze locali (non comprendendo in questo discorso l’architettura portoghese) non è buona. Con il trascorrere dei giorni, questa opinione tende a peggiorare.
Quella del maschio occidentale, al contrario, tende a migliorare. Le prime incrinature, nella ferma convinzione che il turismo sessuale sia una piaga immonda, si insinuano alla visione della prima carioca, naturalmente diciottenne. Il capezzolo sinistro è puntato verso il Corcovado, l’altro verso la sommità del Pan di Zucchero. Le natiche sembrano fatte dello stesso materiale del Cristo di Bahia.
Una furibonda salivazione tradisce i miei veri pensieri. Gli stessi che devono aver pervaso la testa stempiata del ragioniere brianzolo al fianco di quella Campbell a buon mercato. In quel momento la scure del più spietato dissenso viene scagliata dalle mie compagne di viaggio sul ragioniere brianzolo, ed il mio “già, che schifo…” risuona assai poco convinto.
Il ragioniere brianzolo, una volta nella vita, ha voluto sentirsi un po’ come Flavio Briatore. Ammazziamolo. In fondo, anche in Europa molte donne sono attratte dal potere e dai soldi. A legittimare queste rispetto alle brasiliane è soltanto il prezzo del biglietto che l’uomo è disposto a pagare? Io credo che sarebbe un pensiero classista, settario e antidemocratico (Voilà, ti ho rigirato la frittata!).
Torniamo quindi al mio amico Mario.

“Se il Brasile è un paese tanto di merda – gli domando – perché ti sei trasferito a Sao Luis?”
“Perché qui anche una vecchia poltrona di un vecchio teatro, come sono io, può ricevere un sorriso da queste donne meravigliose e maltrattate.”
“Suppongo che su quella vecchia poltrona si appoggino natiche stratosferiche…” Faccio io, maliziosamente.
“Questo è chiaro.”

La donna europea non lo ammetterà mai. Ho la sensazione, però, che si reputi superiore alla donna brasiliana. Troppe volte ho sentito la frase: “… è facile andare con una brasiliana. Che gran soddisfazione deve essere!”
Al contrario, secondo molti uomini europei, la partita fra brasiliane ed europee finirebbe 20 a 0 per le brasiliane.
Incredibile a dirsi, per lo stesso motivo.

LA GUIDA LONELY PLANET
Anche qui è necessaria una piccola premessa. Ad ogni ipotesi che si faceva durante i mesi precedenti la partenza per il Brasile, sulla meta del nostro super viaggio, mia moglie Rosanna tornava a casa con una guida Lonely Planet. Eravamo così incerti sulla nostra destinazione che ora possediamo guide Lonely Planet su: Australia, Kenya, Russia, Kazakistan, Uzbekistan, Tagikistan e Iraq. Il problema è che le cose nel mondo cambiano e quando andremo davvero in Australia la nostra guida non indicherà che, per il movimento delle placche tettoniche, si sarà già fusa da anni con la Nuova Zelanda (per inciso, col cacchio che ne compero un’altra).
Un primo consiglio che mi sento di dare è quindi di avviarsi con una guida Lonely Planet aggiornata. Detto ciò, devo confermare che questa sorta di Bibbia del viaggiatore è davvero eccezionale. Di un ristorante disperso nel buco del culo del mondo sa dirti che si mangia bene tutti i giorni tranne il giovedì, perché il mercoledì sera il cuoco va a giocare ai cavalli, non vince mai, s’incazza e la cucina ne risente per tutto il giorno successivo.
Siccome però è bello fare le pulci al lavoro altrui, dato che sappiamo quanto ci dia fastidio quando le fanno al nostro, rompiamo le scatole anche alla guida Lonely Planet.
La prima cosa da non prendere in considerazione della Lonely Planet Brasile è la sezione: Alberghi a basso costo. Non perché sia sbagliata. Semplicemente perché una notte in un albergo di Rio de Janeiro, cinque stelle, con colazione compresa, situato tra Ipanema e Copacabana, costa come una singola nella Pensione Maria di Bollate, senza colazione.
Abituati com’eravamo ai prezzi della Pensione Maria, abbiamo commesso l’errore di seguire le indicazioni della guida e di puntare su una sistemazione economica a Manaus. Come si dice in questi casi, almeno per la prima notte. Ebbene, All’Hospedaria de Turismo de Julho di Manaus abbiamo potuto vivere un’esperienza già fatta in passato da personaggi come: Silvio Pellico, Antonio Gramsci e il Conte di Montecristo. In quella nottata ho sognato di scavare un tunnel con lo spazzolino da denti. E’ stato terribile.
Divertenti, poi, alcune sfumature tipicamente anglosassoni (la guida è stilata prevalentemente da australiani), come la chicca riportata a pagina 639 nel paragrafo pericoli e contrattempi. La città in questione è Recife e il passaggio incriminato è il seguente:

Oltre che alle prostitute, a Boa Viagem (quartiere moderno con spiaggia, ndr) dovete stare attenti agli squali.

Detto che non si tratta di uno scherzo, ma di una cosa scritta davvero, secondo voi cosa si è voluto realmente comunicare? Che le professioniste hanno denti acuminati ed è quindi sconsigliabile avventurarsi in un rapporto di carattere orale? Oppure che lo squalo prima di sbranarti pretende la marchetta? Io credo che più semplicemente la guida abbia voluto indicare alle persone interessate: “Ragazzi, fiondatevi a Boa Viagem che ci sono le migliori!” Una sottigliezza.
C’è un altro aspetto ormai classico delle guide turistiche, e quindi anche della Lonely Planet. Quando di una città è proposto come primo punto il caratteristico mercato della frutta e dell’artigianato locale, può voler dire soltanto una cosa: la città in questione fa ribrezzo. Il mio suggerimento, quindi, è di scegliere tappe con caratteristiche architettoniche o naturalistiche più articolate. Perché una città può non avere niente, ma il mercato non manca mai (sempre che non siano passati da quelle parti dei bombardieri americani). E i mercati, occhio e croce, sono tutti uguali.

DONNE, ARTIGIANATO E SANGUE
Mi corre l’obbligo di una nuova breve digressione, riguardante il rapporto morboso che lega la donna alla bancarella. Piccoli o grandi oggetti, buoni solo per appesantire le valigie, con conseguente iperlordosi lombare a carico dello chaperon, procurano nella donna un intenso piacere, sia nella lunga ed estenuante fase di ricognizione, sia nella fase di acquisto.
Ne ho viste a nugoli, aggirarsi intorno a bancarelle che esponevano oggetti utili come eruzioni cutanee. Sembravano branchi di leoni intorno ad una carcassa di impala. Peggio, parevano mediatori immobiliari intorno ad una mansarda ristrutturata, termo-autonoma.
E’ il motivo per il quale il povero Ector – quella volta a Cayo Largo (Cuba) – stava quasi per rimetterci la pellaccia. Ector era il minuto capo giardiniere del villaggio: magro ma muscoloso, secco come un filo di paglia, eppure forte come un toro, con la pelle raggrinzita e dall’età apparente di 147 anni. Si aggirava intorno al nostro bungalow, preso nelle sue faccende, armeggiando con il suo strumento di lavoro: una sorta di scimitarra tutto fare, con la quale lo vidi anche scaccolarsi.
Un giorno Ector si presentò con dei cocchi e ci propose un assaggio. Io declinai gentilmente l’invito, ma Rosanna e Nadine non mollarono la presa. Il giardiniere comincio a mulinare la scimitarra, calandola con veemenza sul cocco. Non ci sarebbe stato nulla di particolarmente strano, in tutto questo, non fosse stato che il cocco lo sorreggeva con l’altra mano. Eravamo lì, intenti ad ammirare la perizia e la straordinaria abilità con la quale Ector tranciava il cocco, fermando la lama ad un millimetro dalla pelle, quando con un ultimo colpo ben piazzato si sbregò la mano, facendola diventare, a tutti gli effetti, metà carpo. Prese la mancia con la mano rimanente e se ne andò a ululare nel suo alloggio.
L’indomani Ector si presento con la mano bendata, con delle strane noci di piccole dimensioni e delle cordicine di cuoio. Propose a Rosanna e Nadine due piccoli pendagli che avrebbe iniziato a lavorare lì, sui due piedi. Io rifiutai molto gentilmente, ma le due, ancora una volta, accettarono. Ector sguaino la lama, prese una noce tra pollice e indice e, nemmeno un secondo, si scoperchiò il pollice, credendo di intagliare la noce. Sanguinante, si congedò da noi, per ripresentarsi il giorno successivo, con mano fasciata e dito bendato.
Questa volta aveva dei pezzetti di legno che dichiarò di voler intarsiare. A quel punto m’intromisi con fermezza e lo allontanai senza dimostrare esitazioni. Rosanna e Nadine ci restarono male, ma era necessario farlo, prima che di Ector non rimanesse più nulla.
La donna, al cospetto del piccolo oggetto di artigianato locale, non si ferma. L’aneddoto di Ector lo dimostra. Eppure, quasi tutti i mercatini, di riffa o di raffa, sono identici.
Tutti tranne uno. Chiudendo le breve parentesi cubana e tornando al Brasile, mi è capitato di andare al mercato di San Joaquim, poco a sud di Salvador da Bahia, procedendo verso la cattedrale di Bonfim. Mai visto un groviglio del genere. Spettacolare ed inquietante al tempo stesso. In particolare il settore delle carni, con manzi sbudellati, interiora e frattaglie esposte al caldo, alle mosche e a vibrioni assortiti. Tra una bancarella e l’altra una signora piuttosto obesa faceva un pediluvio in una vaschetta di acqua bianchiccia tendente al grigiastro. Una collega le strigliava il tallone con una spazzola di ferro. L’odore era rivoltante. Frequenti conati contraevano le nostre budella, mentre quelle degli animali smembrati continuavano a mantecare al sole e all’umido. Un allevamento di batteri e virus; i più grandi dei quali, secondo me, erano a loro volta venduti a tranci. Da allora guardammo con sospetto ogni piatto di carne che ci veniva servito, ma soprattutto capimmo l’origine delle lunghe sedute sulla tazza, cui da qualche giorno eravamo soggetti.

EPILOGO
Un mese in Brasile. Un mese con tre donne. E’ stata un’esperienza grandiosa. Abbiamo visto cose e incontrato persone. Abbiamo fatto esperienze ed è quello che si chiede ad un viaggio. Perché ogni viaggio ti lascia qualcosa. Per esempio: prima di partire sognavo spesso di cadere nel vuoto. Era spaventoso. Oggi il mio incubo più ricorrente è di essere su un autobus brasiliano.

MANAUS –Rio Negro, visita ad una comunità locale tra bradipi e pappagalli

RIO DE JANEIRO – Da destra, Rosanna, Rosy e Monica a Copacabana

SILVES – Tramonto sul lago Canaçari

SAO LUIS – Rosanna, Monica e la Valigia con Mario e due amici locali

RIO DE JANEIRO – Pan di Zucchero, il gruppo al completo

di Antonio Voceri
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