Ecuador, Mi Amor Eterno

Racconto di viaggio in Ecuador

“Non ti innamorare di Isabela”…
Quante volte Richar ha ripetuto questa frase durante le poche ore che abbiamo passato insieme!
La prima volta l’ha detta dopo appena dieci minuti che ci conoscevamo, di fronte ad un piatto di pesce alla griglia e riso, alzando il suo bicchiere colmo di Pilsener al cielo per brindare al nostro arrivo.
Poi l’ha urlata di ritorno dal Volcan Sierra Negra, mentre i cavalli sbuffavano lanciati al galoppo e le felci che ci circondavano ringraziavano la pioggia caduta poche ore prima regalandoci il loro verde migliore, il più brillante.
Persino i leoni marini e le iguane di Las Tintoreras l’hanno sentito metterci in guardia di fronte al fascino della sua isola, l’isola che a poco a poco stava cercando di farci scoprire.
“Non ti innamorare di Isabela”: è stato questo il suo avvertimento quando il tramonto regalava alle palme in riva alla spiaggia una luce calda, intrigante ed il sole colava a picco nell’oceano, abbandonando i nostri corpi bagnati dopo una nuotata indimenticabile; il vento ha catturato il suo sussurro e l’ha portato lontano, chissà dove; forse fino alle stelle che stavano cominciando ad illuminarsi e che a notte fonda hanno ipnotizzato i nostri sguardi, mentre le onde del mare si infrangevano sulla battigia e da una casa a pochi metri dal molo giungevano le note smorzate di una chitarra, triste base di una voce ancora più triste…
“Non ti innamorare di Isabela”… l’incredibile verità di cinque parole sentite troppe volte, ma mai veramente ascoltate, continua ad affacciarsi alla mia mente quando cammino sulla lunga spiaggia sabbiosa di Puerto Villamil poche ore prima che l’aereo decolli per trascinarmi via da questo Paradiso.
Sono le 7.00 del mattino.
Le onde dell’oceano portano verso di me un intenso profumo di salsedine mentre mi avvio verso il Muro delle Lacrime, decisa ad avvistare le sule dai piedi azzurri.
Le mille impronte che affollano la spiaggia cercano di raccontarmi la storia delle sue ultime ore… Lunghe strisce ondulate sono il segno che molte iguane marine questa notte hanno abbandonato gli scogli per rifugiarsi nel sottotetto di una casa dipinta di viola a pochi metri dal mare, per nulla spaventate dai tanti cani che devono aver vagato sotto le stelle dopo che le ultime luci del paese si sono spente. Le loro tracce confuse si mescolano con i piccoli segni lasciati dalle zampe scheletriche degli uccellini che dall’alba stanno percorrendo instancabili la battigia, in cerca di insetti, pronti a gettarsi verso il mare appena l’onda si ritira e a fuggire spaventati appena un’altra si avvicina minacciosa.
E naturalmente anche molti uomini sono passati di qui, a notte fonda oppure alle prime, tenui luci del mattino, a piedi oppure in bicicletta, ma, quando comincio a scorgere in lontananza le prime sule che si avviano verso il mare, conto appena quattro persone.
Una ragazza con qualche chilo di troppo sta correndo nella mia direzione, mentre un turista dall’aspetto nordico osserva come ipnotizzato il volo elegante di una fregata. Gli altri due uomini camminano in silenzio, proprio come me… e proprio come me staranno spaventando i piccoli granchi rossi che popolano la spiaggia, inducendoli a correre nei loro buchi scavati nella sabbia.
Che pace!
Questo è davvero il luogo ideale per ripercorrere i primi giorni del nostro viaggio e per farsi prendere dalla malinconia al pensiero che tra breve questa sabbia che sto calpestando, il profumo di salsedine portato dalle onde e la leggera aria che fa volare in alto le nere fregate dovranno essere archiviati in un prezioso cassetto della memoria.
Mentre i richiami delle sule si fanno sempre più vicini, ritorno con la mente all’inizio del viaggio, all’aeroporto di Torino, a quello di Madrid e finalmente a quello di Quito, che ci accoglie con grandi vasi di rose di tutti i colori, il cui profumo ci inebria solo il tempo necessario per sbrigare le solite formalità doganali; appena usciti, infatti, è l’odore dei gas di scarico dei pullman e dei taxi a ricordarci che siamo giunti nella città più popolosa dell’Ecuador.

Quito

Fabio, il nostro accompagnatore, ci riconosce subito e ci saluta con un sorriso ed una vigorosa stretta di mano. Lui vive “a Galapagos” da dodici anni ormai, spinto prima dal volontariato, poi dall’amore ed infine dalla voglia di costruire qualcosa in questa terra che l’ha ammaliato e che gli ha permesso di cambiare vita, lasciandosi alle spalle la sua Aulla.
Caricati i bagagli sul pulmino, ci buttiamo in mezzo al traffico di Quito ed alle sue strade dalla forte pendenza, popolate di botteghe, venditori di biglietti della lotteria e cani, ed in breve tempo siamo a casa sua, dove a rimetterci in sesto dopo la “cena” offerta dall’Iberia ci penserà un rigenerante mate de coca sorseggiato insieme alla sua famiglia: la moglie Monica, professoressa di psicologia all’università di Quito, ed i suoi due figli, Simonetta e Piercito, che ci salutano con un solo bacio, come si usa qui.
Mentre l’acqua si scalda, Fabio ci accompagna sul balcone per ammirare dall’alto la collina illuminata e poi nel suo ufficio, dove il posto d’onore spetta al computer attraverso il quale ci siamo conosciuti… naturalmente, fa un certo effetto riconoscere nelle foto appese alle pareti Isabella Rossellini e Russel Crowe abbracciati alla stessa persona con la quale stiamo scherzando in questo momento!
Sorseggiamo il mate accanto all’albero di Natale che illumina il salotto – qui le decorazioni natalizie rallegrano le case fino alla fine di gennaio – e sono sufficienti pochi minuti per entrare in confidenza con questo toscano duro come il marmo e dalla simpatia diretta tipica della sua regione d’origine; ma la stanchezza del viaggio comincia ben presto a farsi sentire e così, salutata la famiglia di Fabio, raggiungiamo in breve tempo l’hotel Alameda Mercure, dove passeremo la nostra prima notte ecudoreña.
Un grande mazzo di strelitzie e molte rose donano una nota di colore alla reception, mentre alle pareti fanno bella mostra di sé alcune gigantografie che ci anticipano ciò che speriamo di vedere con i nostri occhi in questi diciassette giorni tanto attesi e finalmente al via: illuminati solo dall’incredibile luce del bianco e nero, ammiriamo due ragazzini sorridenti stretti in un abbraccio, un gregge di lama che pascola osservando il Cotopaxi ed un asino carico di canne da zucchero appena tagliate condotto dal suo padrone verso l’obiettivo; e poi il primo piano di una tartaruga gigante delle Galapagos sul cui muso raggrinzito spunta curiosa una lucertola della lava; ed ancora un vulcano che erutta, il viso segnato dal tempo e dal sole di una signora che porta sulla schiena una bimba felice di stringere a sé un gattino ed una fregata che gonfia il suo gozzo rosso per conquistare il fotografo.
Speriamo che questo diventi il nostro Ecuador” ci diciamo mentre saliamo nelle nostre camere, sfiniti ma felici.
Purtroppo, però, oltre alla stanchezza, anche le sei ore di fuso si fanno sentire e così alle 3.00 del mattino i nostri occhi sono già sbarrati nel buio, ipnotizzati dai minuti che scorrono troppo lenti sul quadrante della sveglia appoggiata sul comodino. In sottofondo, ci tiene compagnia il rumore del traffico ormai smorzato della capitale.
Nonostante la nottataccia, il giorno dopo siamo in forma smagliante per partire alla scoperta della città dei vulcani, tenacemente aggrappata a 2.808 mt sul livello del mare; la città fondata dai Quitu molti secoli fa e conquistata dagli Incas attorno al 1.530; la città che del “Popolo del Sole” non conserva alcun resto perché, all’arrivo degli Spagnoli, un generale di Atahualpa – Rumiñahui – preferì distruggerla piuttosto che darla in pasto agli uomini dalla pelle bianca ed al loro Dio armato di fucili e polvere da sparo.
A darci la forza per affrontare una giornata che si prevede fitta di immagini da incamerare nella memoria e nei tanti rullini fotografici portati dall’Italia, è un’ottima prima colazione a base di frutta tropicale, conclusa con un caffè dall’aroma forte, decisamente l’ideale per risvegliare i nostri sensi ancora un po’ intorpiditi.
Un puntualissimo Fabio arriva in hotel alle 9.00, pronto ad accompagnarci a cavallo dell’Equatore; la nostra prima tappa è infatti il Museo Solar Intiñan, circa 22 km in direzione nord, dove, su una striscia di terra dipinta di rosso, la latitudine è pari a 00°, 00’, 00”.
Appena arrivati, a darci il benvenuto in questo museo a cielo aperto, è la voce del gestore che vola verso di noi passando attraverso le fessure di una porta socchiusa. Cercando di nascondere una punta di stupore, legata forse al nostro anticipo o più probabilmente alla nostra fortuna per non aver trovato traffico, ci informa che tra pochi minuti – appena avrà finito la colazione – ci accompagnerà in questa nostra visita sospesa fra i due emisferi. Nel frattempo – continua – possiamo approfittare dell’attesa per strappare una banana dal casco appeso all’ingresso e per assaporarla accarezzati dal sole che sta illuminando questa giornata.
Terminato lo spuntino, la voce acquista finalmente un volto quando un omone allegro, capace di mimetizzare gli occhi ancora un po’ assonnati dietro un sorriso contagioso ed un’energica stretta di mano, irrompe sulla scena e, rigirate le maniche della camicia fino ai gomiti e sistemato il cappellino, ci chiede di seguirlo per conoscere insieme a lui i misteri legati alla latitudine ed alla longitudine, agli equinozi ed ai solstizi, al sole e alla forza centrifuga.
La nostra richiesta è una sola: parlare “despacio” – lentamente – per darci modo di capire al meglio la sua spiegazione in spagnolo, lingua con la quale dobbiamo prendere ancora un po’ di confidenza.
Detto, fatto. Il nostro desiderio è avverato e così non ci sfugge quasi nulla. Le sue parole scandite ci aiutano a capire fino in fondo l’importanza geografica ed astronomica di questo luogo.
Ci soffermiamo quasi sconcertati di fronte al cronometro solare, costruito nel 1865, che misura con precisione ora, giorno, mese e anno utilizzando i raggi dell’Inti che ci sta osservando dalla sua posizione privilegiata, lassù nel cielo; ma questo non è che l’inizio: il nostro stupore è infatti destinato ad aumentare a mano a mano che la visita prosegue mentre la guida può dare libero sfogo a tutte le sue buffe espressioni, rendendoci partecipi dei suoi strani esperimenti. Solo sull’Equatore, infatti, un uovo può rimanere in equilibrio su un chiodo e l’acqua può scivolare via dal lavandino senza provocare alcun vortice, mentre appena un metro più a nord gira in senso antiorario e un metro più a sud in senso orario; solo su questa linea sottile pesiamo meno, abbiamo meno forza e ancor meno equilibrio; solo qui possiamo sorridere prendendoci in giro di fronte a tutte queste prove, mentre il tempo sembra volare ed il sole diventa sempre più caldo.
La seconda parte della visita è dedicata alle tradizioni degli indigeni. In un angolo è stata infatti ricostruita una tomba: qui il defunto veniva seppellito insieme a ciò che aveva di più caro – vasi, stoffe, ornamenti, conchiglie (la prima forma di pagamento utilizzata dalle popolazioni che abitavano questi luoghi) – ed in posizione fetale perché la morte era il momento in cui si ritornava alla Madre Terra, la Pachamama, per rinascere ancora una volta.
Dall’altro lato, spunta invece una casa risalente al 1875. Sulla porta, due ragazze ci offrono un sorso di chicha – la birra di mais (ottima!) – ed alcuni chicchi di mais tostato prima di invitarci a varcare la soglia e a tornare indietro nel tempo, circondati da alcuni cuy – i porcellini d’India – che sgambettano al riparo dai nostri occhi indiscreti, da pelli di lama per proteggersi dal freddo della notte, da strani strumenti musicali e variopinti costumi tradizionali e da vasi di aloe e cactus appesi alle travi del tetto per tenere lontane le energie negative.
Terminata la visita, l’omone ci saluta con un’altra stretta di mano ed un tonante “Buen viaje” prima di eclissarsi ancora una volta attraverso la porta da cui era comparso.
Facendo tesoro di questo augurio, continuiamo a “viajar” per raggiungere il Vulcano Pululahua, capace di custodire, tra le nebbie che ogni mattina lo cingono d’assedio, un cratere largo 4 km trasformatosi nel corso dei secoli in una fertile pianura.
Lasciatoci alle spalle il ristorante El Crater (evviva la fantasia!), seguiamo il passo deciso di Fabio lungo un sentiero disseminato di piccoli fiori gialli e blu e di orchidee rosse fino a quando non giungiamo nei pressi di un punto panoramico dal quale riusciamo a scorgere, 400 mt al di sotto di noi, il preciso collage degli appezzamenti coltivati, la cui geometria impeccabile – capace di sfruttare anche l’angolo più nascosto – è rotta solo dalla striscia diritta di qualche strada e dalle macchie biancastre dei muri delle case.
Un silenzio irreale pervade ogni cosa, dando origine ad uno spettacolo che purtroppo è destinato a durare solo pochi attimi: ben presto, infatti, un velo di umidità sale a reclamare la sua esclusiva su un luogo non a caso così fertile e ci obbliga a ritornare verso il pulmino seguendo ancora una volta il passo di Fabio, ora diventato più lento…
Agavi dalle foglie enormi crescono lungo le strade che percorriamo per fare ritorno a Quito. Le capre che brucano la poca erba cresciuta in queste zone brulle se ne tengono a debita distanza, come spaventate dall’alone di nobiltà che sembra circondare queste piante. Case dall’aria fatiscente ed alcune fabbriche scorrono davanti a noi, accompagnate da infinite scene di vita quotidiana che cerchiamo di catturare mentre l’autista si muove svelto, lasciandosi alle spalle pullman, camion ed automobili.
E quando finalmente giungiamo in città, le immagini da cogliere diventano troppe per i nostri occhi che corrono da un lato all’altro della strada.
Piccole botteghe al cui ingresso grossi caschi di banane verdi e gialle attendono di essere venduti si confondono con i ristoranti che offrono “pollo, caldo de gallina e pescado”, con le mille farmacie e gli studi medici, con le case colorate, con i negozi di abbigliamento e le macellerie la cui carne appesa a dei ganci fissati al soffitto provvede immediatamente a richiudere il piccolo buco che, vista l’ora, si stava aprendo un varco nel nostro stomaco.
Nuvole “andine”, bianche come latte, si muovono veloci nel cielo, giocando a confondere le ombre, mentre l’autista si ferma per permettere a due uomini che stanno trasportando un materasso di attraversare la strada e poi, dimostrando non poco coraggio, cerca di buttarsi in una rotonda invasa da un’infinità di taxi gialli, i cui proprietari suonano il clacson per intimargli di fermarsi e dar loro precedenza.
Sciami di ragazzi in divisa escono dalle scuole ed invadono le vie, un poliziotto aiuta una signora con un bastone a salire su un pullman mentre qualche metro oltre una bambina gioca sul marciapiede davanti al negozio della mamma e a pochi passi da lei un cane nero sta dormendo all’ombra di un balcone.
E Quito comincia ad entrare di soppiatto nei nostri cuori…
Fabio si risveglia all’improvviso dal sonno in cui era caduto lungo la strada. La nostra vicinanza gli ha suscitato nostalgia di casa: per questo motivo ci propone di pranzare in un ristorante italiano, quello dove lui e Monica si sono conosciuti, situato al piano superiore di un negozio di antiquariato all’interno del quale cerchiamo di non provocare danni ai servizi in porcellana ed ai preziosi vasi esposti aggirandoci con i nostri zaini.
Dopo aver divorato in tutta fretta un piatto di lasagne, ci rimettiamo nuovamente in cammino: abbiamo troppi luoghi da vedere e troppe curiosità da soddisfare per permetterci un attimo di tregua!
Partiamo così senza remore alla volta del Panecillo, la collina che domina la città, per avere una veduta d’insieme di Quito.
La strada che ci conduce fin lassù è ripida e le espressioni rivolte verso il nostro pulmino dalla gente che anima le vie sono poco raccomandabili, in particolare quando attraversiamo una zona dedicata al mercato dei mobili dove sedie, armadi, poltrone e tavoli sono accatastati alla rinfusa in mezzo alla spazzatura, a cui purtroppo spetta un ruolo da protagonista; una volta arrivati al cospetto della Vergine di Quito, con la corona di stelle e le ali d’aquila, però, la vista lascia davvero senza fiato.
Case, palazzi e strade occupano tutto il nostro campo visivo: la città ha colonizzato i fianchi delle colline tutt’attorno e solo i vulcani che la incoronano, e che noi purtroppo oggi non riusciamo a scorgere a causa della foschia, sembrano essere sopravvissuti a questa invasione di mattoni e cemento.
Laggiù in basso – in quello che, grazie all’aiuto di Fabio, individuiamo come il centro – tutte le costruzioni appaiono in soggezione di fronte alla Basilica, che si pavoneggia dall’alto delle sue due torri ancora incompiute; per un attimo le nuvole che stanno cercando di coprire il cielo, dando vita ad un rituale che qui si ripete quasi tutti i pomeriggi, sembrano esaudire le nostre preghiere, lasciando che un raggio di sole filtri attraverso la loro coltre ed illumini questa chiesa dall’aspetto così inconsueto per una città del Sudamerica.
A pochi passi da noi, un ragazzo ed una ragazza si siedono su una panchina tenendosi per mano, del tutto indifferenti alle voci degli operai che stanno lavorando per smontare il presepe innalzato ai piedi della Vergine: per motivi diversi, a nessuna di queste persone interessa la vista di cui si gode da quassù! Noi, invece, camminiamo senza fretta, accarezzati dal clima primaverile di questa giornata, e lasciamo che i nostri pensieri fuggano lontano, verso il futuro, rapiti da questo viaggio che sta cominciando nel migliore dei modi. Lasciamo che volino al di là delle nuvole e che si perdano nel cielo dell’Ecuador, il Paese che diventerà la nostra casa per quasi tre settimane; che raggiungano le onde delle Galapagos, i niños delle Ande e le orchidee della foresta; che siano liberi dalle preoccupazioni che ci assillano nella nostra vita; che si perdano su questa città non a caso soprannominata “sobborgo del cielo”… ma ecco che le parole di Fabio ci riportano bruscamente alla realtà.

Galapagos

Con il dito puntato verso l’alto, sta gridando: “Eccolo! È là!”. Si riferisce ad un aereo che ha appena bucato le nuvole: tra qualche minuto atterrerà all’aeroporto intitolato al Mariscal Sucre, che sorge praticamente nel centro della città, e ci lascerà senza parole e con il cuore in gola, quando le ali sembreranno così vicine ai tetti da poterli quasi sfiorare… uno spettacolo davvero incredibile, con il quale decidiamo di concludere la nostra visita al Panecillo per gettarci finalmente tra le stradine che finora abbiamo potuto scrutare solo dall’alto.
La prima tappa non può essere che nella bellissima Plaza San Francisco, sulla quale si affaccia il Monastero omonimo che fortunatamente abbiamo l’onore di vedere come da tempo sognavamo: con i suoi candidi campanili incoronati da un fantastico cielo azzurro. Sembra infatti che la nostra buona stella abbia levato l’ancora alle nubi, lasciandole libere di veleggiare oltre il Panecillo, così un sole caldo e molto gradito ci abbaglia quando scendiamo i pochi gradini che portano nella piazza, sui quali sta sonnecchiando un portatore momentaneamente senza lavoro.
Entro nella chiesa spinta solo dalla curiosità ma, percorsi pochi passi, un senso di asfissia – quasi di nausea – mi prende alla bocca dello stomaco mentre mi ritrovo a fissare l’altare e le colonne, così traboccanti di oro, e le espressioni ipocrite rivolte dalla Madonna e dai Santi verso gli storpi ed i mendicanti che stazionano all’ingresso…
Solo l’aria tersa che corro a respirare al di fuori riesce a spazzare dalla mia mente i tristi pensieri scatenati da una fede da sempre professata come pura e semplice ma troppe volte imposta con il fuoco delle armi, il sale delle lacrime e con un ricchezza così sfacciata da incutere timore, inquietudine e rispetto… Mentre a pochi metri dalle scale una signora di mezza età inguainata in un abito scuro sfida la forza di gravità camminando su tacchi vertiginosi e cattura le occhiate del portatore disoccupato e di alcuni passanti, il mio sguardo vola finalmente a qualcosa di pulito ed incorrotto: due bambini che corrono allegri sollevando una nuvola di piccioni… Il senso di pace che mi lasciano nel cuore i loro sorrisi l’ho provato poche altre volte nella vita ed è il ricordo più vivo che ho della splendida Plaza San Francisco, sui cui ciottoli ho camminato in un caldo pomeriggio di gennaio…
Quando i miei compagni escono dalla chiesa, morbidi raggi di luce stanno coccolando le cupole verde e oro della Compañia, che ci guidano verso la Plaza da la Independencia; qui, dinanzi ad un bel giardino in cui oggi stazionano alcuni scioperanti estremamente tranquilli, gli immancabili lustrascarpe e turisti di ogni nazionalità, sorgono il Palazzo del Governo e la Cattedrale, nella quale entriamo dopo esserci lasciati alle spalle due vecchi che, seduti su una panchina all’ombra di una jacaranda, sembrano guardare la vita scorrere troppo in fretta davanti ai loro occhi cerchiati dal tempo.
All’interno, alte pareti sorreggono un tetto messo a dura prova dai tanti terremoti che nei secoli hanno colpito la zona ed ospitano grandi capolavori della Escuela Quiteña. La nostra guida si prodiga ad elencarci i nomi di tutti i massimi esponenti di questa corrente pittorica, ma noi lasciamo che le sue parole si perdano nell’aria percorsa da un lieve profumo di incenso: preferiamo infatti andare alla ricerca delle tracce di sincretismo che animano queste tele e le rendono interessanti e fuori dal comune.
È così che scopriamo tre Re Magi – uno dei quali meticcio – accompagnati da cammelli e lama, la capanna di Betlemme costruita come si usava un tempo nella sierra ed un Gesù dalla pelle più scura rispetto a quella quasi diafana che siamo abituati a scorgere nei dipinti che affollano le pareti delle nostre chiese.
Un certo Manuel Chili, detto “Caspicara” (“il butterato”) ha realizzato la maggior parte delle opere conservate qui: quella che più ci colpisce, tuttavia, non è una tela, bensì una scultura raffigurante la Deposizione. I soggetti sono stati scolpiti in un unico blocco di legno di madera – solo Maria Maddalena è stata aggiunta in un secondo tempo – ma l’aspetto più sensazionale è la cura dei dettagli: riusciamo quasi a contare i denti nella bocca socchiusa di Gesù!
Davvero incredibile!
Come incredibili sono le strade che percorriamo cercando di tener testa al passo veloce di Fabio.
Viuzze strette che si susseguono in un continuo saliscendi dove i filobus si muovono agili si contrappongono a larghe avenidas congestionate dal traffico: qui, le vetrine dei grandi centri commerciali attirano gli sguardi dei passanti ma le loro promesse di prezzi stracciati nulla possono contro il fascino delle piccole botteghe tra le cui pareti si possono comprare candele, tappeti, chiavi e lucchetti.
Agli angoli delle piazze, venditori di banane, accendini, chupa chups, biglietti della lotteria e coca cola fanno sentire la loro voce mentre le ombre cominciano ad allungarsi sulle case dai colori pastello appoggiate le une alle altre, come per sorreggersi a vicenda.
… E Quito sta conquistando sempre più i nostri cuori…
Solo quando i passi cominciano a diventare più lenti decidiamo di soffermarci per qualche istante nel chiostro del Convento di Santo Domingo, ma i ponteggi innalzati dagli operai che ne stanno restaurando una parte ed i sacchi di cemento buttati negli angoli ci spingono a cercare in altri luoghi la bellezza di questa città: nella piazza antistante, per esempio, dove due poliziotti a cavallo sembrano avere come compito principale quello di controllare che un bambino intento a giocare con un pallone quasi più grosso di lui non ruzzoli a terra, e poi dinanzi alla Basilica, le cui due alte torri ci catapultano indietro nel tempo, fino al Medioevo europeo ed alle sue affascinanti e misteriose chiese gotiche… I doccioni a forma di tapiro, armadillo, iguana ed una specie di lama – collocati tra le guglie per rappresentare i quattro aspetti della natura ecuadoreña: la foresta, la costa, le Galapagos e la sierra – sembrano infatti appartenere al tempo in cui, in una Parigi popolata dagli zingari, Quasimodo suonava con le sue campane inni d’amore per Esmeralda ed i gargouilles erano gli unici testimoni della pazzia di Don Frollo…
È davvero difficile credere che la costruzione della Basilica sia iniziata solo nel 1926 e sia tuttora in corso! Eppure sono proprio queste le parole di un ragazzo dai lunghi capelli neri e dalla parlantina sciolta che incontriamo per caso nella piazza e che, raccontandoci alcune vicende della storia ecuadoreña, riesce persino a rendere interessante la visita al Pantheon costruito lì vicino, dove sono seppelliti appena tre presidenti!
Il pomeriggio si conclude in un mercato a pochi passi dal nostro albergo.
All’ingresso, dai bastoncini di incenso accesi sui banchetti che espongono collanine, anelli e berretti giamaicani assolutamente fuori luogo si levano nell’aria grigie volute di fumo: un odore intenso e penetrante solletica il nostro naso e quello delle tante ragazze coperte di piercing e tatuaggi che cercano di convincerci ad imitarle disegnando sul nostro corpo iguana, condor e strani simboli rubati alla mitologia incaica. Sorrisi e sguardi ammiccanti, però, non raggiungono lo scopo: questa zona scivola infatti velocemente alle nostre spalle per lasciare il posto ad altre bancarelle, stracolme di tutto ciò che è Ecuador, dove gli occhi possono posarsi su gilet e berretti di lana, osservare le rifiniture di borse e borselli in cuoio e la precisione degli oggetti in avorio vegetale, scappare di fronte a camicette talmente ricche di pizzi da nauseare e a tappeti i cui colori incredibilmente illogici sembrano una presa in giro della realtà ed infine sorridere di fronte ad una bambina che dorme distesa su una colonna di T-shirts colorate, coperta da un morbido maglione invaso da lama e campesiños… mentre Quito è ormai al sicuro nei nostri cuori…
Quando decidiamo di tornare in hotel, spinti dalla stanchezza accumulata quest’oggi, sul grigio marciapiede che corre accanto all’Avenida Amazonas incontriamo quattro uomini intenti a giocare con un mazzo di carte che ha sicuramente visto tempi migliori. Attorno al loro tavolino traballante, un piccolo gruppo di persone scruta cenni, sguardi e mosse a lungo studiate… ma tra poco lo spettacolo finirà, nello stesso momento in cui il sole finirà di illuminare questa giornata, lasciando spazio al nero sipario della notte.
Non ci avventuriamo per le strade della capitale quando è il buio a diventare il protagonista indiscusso: i nostri occhi e le nostre gambe, infatti, reclamano il meritato riposo e noi decidiamo di accontentarli, non prima però di aver puntato la sveglia sulle 6.00, per arrivare puntuali all’appuntamento con l’aereo diretto a Baltra – Isole Galapagos – che decollerà alle 9.30.
Dopo aver fatto il check-in, salutato Fabio – che rivedremo domenica – e dichiarato alle autorità preposte al controllo di non avere con noi semi, piante o frutta, passiamo quasi un’ora nella piccola sala d’imbarco, circondati da foto incredibili di ciò che, se saremo fortunati, potremo vedere nei prossimi giorni.
L’attesa, però, è davvero snervante!
Siamo ansiosi di raggiungere la meta dei nostri sogni, le isole di Charles Darwin, l’ultimo Paradiso…
Vogliamo camminare tra uccelli dai colori impensabili e rettili rubati alla preistoria; su spiagge coralline e vulcani desolati…
E godere di una notte stellata, sentire il respiro dell’oceano e la voce del silenzio…
E rimanere senza fiato e senza parole…
Quando l’aereo della TAME atterra dolcemente sulla pista sottratta al terreno vulcanico di Baltra ed il comandante comunica che possiamo slacciare le cinture di sicurezza, il mio cuore inizia a battere all’impazzata mentre sorrido a Sonia e le urlo: “Ci siamo!”.
Il cielo coperto di nubi e l’aria calda carica di umidità che ci accolgono nella culla dell’evoluzione non ci scoraggiano: siamo infatti certi che le Galapagos manterranno la loro promessa regalandoci sei giorni intensi, ricchi di emozioni impossibili da dimenticare.
Pagato il biglietto di ingresso al Parco e recuperati i bagagli, facciamo conoscenza con la guida naturalistica – un simpatico ragazzo di cui ho scordato il nome – che passerà con noi tutto il pomeriggio, accompagnandoci prima sull’Eden – la barca che diventerà la nostra casa per tre giorni – e poi tra le tartarughe giganti della Charles Darwin Station, dove sta facendo il volontario.
Percorsi pochi metri, il pulmino sgangherato sul quale siamo saliti per raggiungere il canale che separa Baltra da Santa Cruz è già fermo: dobbiamo infatti dare la precedenza ad una tranquilla iguana terrestre che sta attraversando la strada!
Quando riprendiamo la corsa, lasciandoci definitivamente alle spalle l’aeroporto ed i piccoli chioschi di souvenirs cresciuti attorno ad esso, è un paesaggio desolato a venirci incontro: tra le rocce vulcaniche attraverso le quali è stata ricavata l’unica strada dell’isola, solo i cactus sembrano trovarsi a loro agio; ma ormai un cielo grigio come quello di oggi non li trae più in inganno: sanno che quelle nuvole basse non lasceranno sfuggire nemmeno una goccia di pioggia… e per fortuna lo sa anche la nostra guida, che provvede subito a tranquillizzarci!
In pochi minuti superiamo lo stretto canale che ci divide da Santa Cruz, l’isola dove ci imbarcheremo: l’Eden ci attende infatti nel porto di Puerto Ayora, il paese principale, che raggiungiamo dopo circa un’ora di viaggio.
Dapprima, ad ipnotizzare i nostri sguardi è ancora una zona abbastanza arida, popolata di arbusti, cactus e piante quasi totalmente prive di foglie, i cui rami danno ospitalità a qualche uccellino veloce a spiccare il volo non appena il pullman si avvicina; ma, a mano a mano che ci addentriamo nel centro dell’isola, i nostri occhi si dissetano di fronte a piantagioni di banani, bouganvillee, ibiscus ed un’infinità di alberi maestosi il cui verde splendente è il miglior ringraziamento possibile nei confronti dell’umidità che ogni giorno staziona in questi luoghi.
Arrivati a Puerto Ayora, ci dirigiamo subito verso il molo. Di fronte a noi catamarani, yacht, gommoni, barche a vela, motoscafi e le piccole barche dei pescatori segnate dagli anni e dalle intemperie danzano sull’acqua.
Anche la nostra Eden ha gettato l’ancora qui e noi la raggiungiamo in pochi minuti, con una piccola imbarcazione guidata da un ragazzo i cui occhi arrossati sono un chiaro segno di una vita passata in mare. Il suo nome è Andres e per questi tre giorni sarà lui – aiutato da un altro ragazzo, Xavier – a farci approdare su bianche distese sabbiose o neri scogli vulcanici mentre Diego, il capitano, terrà a debita distanza dalla riva il suo gioiellino.
Saliti a bordo, ci sistemiamo immediatamente nelle cabine sul ponte superiore – sperando di passare delle notti tranquille… possibilmente senza capitomboli dal letto a castello e senza la sgradita compagnia di compresse contro il mal di mare! – e poi, ricoperti di crema solare, ci sediamo a poppa per scrutare un pellicano intento a non perdere di vista i grossi pesci che fanno capolino attorno al nostro scafo. Il suono di una campana, però, ci distoglie ben presto da questa occupazione e ci annuncia che il pranzo è finalmente pronto: scendiamo così al piano inferiore, dove conosciamo Louis, il ragazzo addetto al bar e alla zona “ristorante”.
Cullati da un morbido rollio, assaporiamo un ottimo pesce alla griglia osservando la vita del porto, animata dalle barche dei pescatori che fanno ritorno dopo una mattinata trascorsa in mare, dai gommoni carichi di turisti che sfrecciano verso una nave da crociera ferma al largo, dai voli delle sule e delle fregate… e sorridiamo di fronte ai buffi tentativi del nostro amico pellicano, ormai sazio, di mantenere l’equilibrio su una vecchia bagnarola sbatacchiata dalle onde.
Al pomeriggio, un attento Andres controlla che i nostri giubbotti di salvataggio siano ben stretti e dirige la sua barchetta verso un piccolo molo costruito nella zona orientale di Puerto Ayora.
Durante il tragitto, che dura pochi minuti, due incontri inaspettati ci fanno capire che forse siamo davvero giunti nel Paradiso Perduto, il luogo in cui l’uomo nutre ancora amore e rispetto per gli animali: qui, infatti, i leoni marini dormono sulle barchette dei pescatori e le imbarcazioni rallentano per permettere ad una piccola iguana marina di nuotare indisturbata!
E quando sbarchiamo, altre iguane sono pronte ad accoglierci: ferme sul molo, in attesa che qualche raggio di sole si decida a bucare le nuvole e a scaldare i loro corpi, ci osservano con occhi pigri, per nulla spaventate dal nostro arrivo. Solo un grosso maschio, infatti, sembra tenerci costantemente sotto controllo mentre cerchiamo la giusta inquadratura delle creste, delle zampe o delle lunghe code.
Decisi a non disturbarlo troppo, gli voltiamo le spalle dopo pochi scatti e, seguendo la nostra guida, ci dirigiamo verso l’ingresso della Estacion Charles Darwin.
Le mangrovie cresciute vicino al molo cedono ben presto il posto ad acacie, alberi di incenso e strani cactus che l’evoluzione ha dotato di un tronco per proteggere i bellissimi fiori gialli dall’ingordigia delle iguane e delle tartarughe; piccoli fringuelli di Darwin si alzano in volo al nostro passaggio mentre raggiungiamo il cuore della stazione, dove una stranissima lucertola dalla testa rossa appare alquanto insignificante di fronte alla maestosità di cinque tartarughe giganti.
Tre di loro stanno dormendo ben serrate all’interno del proprio carapace, mentre le altre due mostrano ai nostri occhi stupiti i loro musi percorsi da infinite ragnatele di rughe. Il tentativo della guida di catturare la nostra attenzione raccontandoci le loro abitudini alimentari fallisce miseramente; poco ci importa infatti che questi animali mangino solo ogni due settimane e che considerino una prelibatezza i frutti dei cactus: noi infatti preferiamo rimanere in silenzio di fronte a questo spettacolo, chiedendoci quante stagioni possano aver visto susseguirsi quegli occhi vacui che ora ci osservano indolenti, quanti passi possano aver compiuto quelle zampe lente, ma soprattutto quale incredibile forza possa dare origine al respiro intenso ed assolutamente unico di questi esseri eccezionali…
Un respiro profondo come il rispetto che si prova trovandosi a due passi da loro…
Ai tempi in cui Charles Darwin sconvolgeva il mondo rivelando il segreto celato in questo arcipelago – la teoria dell’evoluzione – esistevano quattordici specie diverse di tartarughe giganti; poi pirati e bucanieri, esploratori e cacciatori di balene cominciarono a solcare l’Oceano Pacifico e a trovare qui, a 1.000 km di distanza dalla costa dell’Ecuador, infinite riserve di carne fresca… non era infatti richiesta una particolare abilità per catturare questi animali così lenti, del tutto indifferenti alla presenza umana, che, una volta rinchiusi nelle buie stive delle navi, potevano sopravvivere fino ad un anno senza cibo e senza acqua…
Fu così che un pezzo di storia delle Galapagos se ne andò perso per sempre…
Oggi, infatti, solo undici specie sopravvivono e, nonostante gli sforzi fatti qui – dove centinaia di uova stazionano nelle incubatrici in attesa di schiudersi e dove i piccoli vengono protetti dagli attacchi dei predatori fino a quando non compiono quattro anni, l’età giusta per essere riportati nell’isola di origine della loro specie – il nome della tartaruga gigante delle Galapagos contribuisce ancora a rendere insopportabilmente lunga la triste lista degli animali in via di estinzione…
Impieghiamo circa due ore per visitare la stazione, aggirandoci tra tartarughe, fringuelli, iguane marine e di terra mentre la nostra guida snocciola tutto ciò che sa su questi animali e noi puntualmente lo dimentichiamo; in un luogo come questo, infatti, la nostra mente non ha voglia di sentirsi imbrigliata da informazioni scientifiche e dati statistici: preferisce essere libera di guardarsi intorno, seguendo il volo di una fregata diretta verso il mare o la corsa di una piccola lucertola spaventata dal movimento di una foglia.
Percorrendo una stradina lungo la quale innocue iguane marine spiano l’andirivieni di guardaparco e viaggiatori di ogni età e nazionalità, giungiamo in poco tempo a Puerto Ayora, dove negozi di souvenir, ristoranti, bar e agenzie di viaggio ci avvolgono nel loro abbraccio, invitandoci a trascorrere un’ora in completo relax, respirando profumo di mare e di libertà.
Canzoni di ogni genere si levano nell’aria dai chioschi e dai locali le cui sedie accolgono turisti assetati, sule dai piedi azzurri, leoni marini e pesci martello ci sorridono da un’infinità di T-shirts e cartoline di delfini e mante ci fanno sognare ad occhi aperti mentre sul lungomare un ragazzo sorridente spinge il suo carretto dei gelati verso il parco giochi, dove un albatros scolpito nella roccia apre le grandi ali verso il mare e gli alberi di flanboyen spargono fiori rossi sulle panchine, sulle altalene e sugli scivoli.
Il chiasso proveniente da un piccolo molo attira ben presto la nostra attenzione: avvicinandoci, notiamo alcune barchette di pescatori, appena tornate verso riva con un ricco bottino. Accanto al tavolaccio su cui un uomo munito di un coltello dalla lama insanguinata sta pulendo pesci grassi e gustosi alcuni pellicani si sono ordinatamente schierati ed attendono impazienti di banchettare
Un leone marino ed un airone osservano da lontano, per nulla intenzionati ad avvicinarsi a quei pennuti schiamazzanti, i cui versi sovrastano addirittura le urla dei pescatori intenti a pesare le loro prede da vendere ai cuochi di ristoranti e yacht che si avvicinano alla spicciolata.
Un’occhiata all’orologio ci rivela però che il tempo è passato troppo in fretta e che ci rimangono pochi minuti per raggiungere l’imbarcadero. Saliti sulla barchetta di Andres, ci allontaniamo salutando la nostra guida ed osservando alcune sule che si tuffano in mare e ne emergono con piccoli pesci ben stretti nei loro becchi.
Alle 18.45 stiamo annotando, cullati dalle onde, le emozioni di questa giornata quando la campana dell’Eden ci chiama nuovamente a rapporto: è giunto il momento di incontrare i nostri compagni di viaggio e la guida che ci seguirà nei prossimi giorni, un uomo di mezza età di nome Raul.
Un paio di baffi neri che incorniciano un sorriso aperto e due occhioni brillanti sono il suo biglietto da visita, insieme alla divisa con lo stemma della GAP che lui indossa orgoglioso, nonostante il colore bianco non si addica particolarmente ad una silhouette che sembra rivelare una certa passione per la buona cucina.
Parla in fretta Raul: ha molte cose da dire e poco tempo a sua disposizione.
Ci deve spiegare le regole da rispettare sulle isole – non toccare gli animali o disturbarli con il flash, non mangiare, non fumare, non allontanarsi dai sentieri tracciati, non trafugare alcun “souvenir”, sia esso un sasso, una conchiglia o una manciata di sabbia – e dare qualche consiglio per vivere al meglio i nostri prossimi tre giorni in balia delle onde.
Ci deve far sognare, enumerando tutte le specie animali che avremo modo di vedere domani, durante le nostre escursioni a Puerto Egas e a Bartolomè, ma soprattutto ci deve far capire che le nostre Galapagos non saranno quelle studiate da Charles Darwin o quelle amate dai viaggiatori di cento, cinquanta o cinque anni fa, né quelle che incanteranno i nostri figli in futuro… Le nostre Galapagos saranno quelle che ognuno di noi si “costruirà” seguendo il suo consiglio più prezioso, una manciata di parole con le quali decide di concludere il briefing di questa sera, dandoci il benvenuto a bordo da parte di tutto l’equipaggio: “Open your eyes, open your heart and open your mind”.
Durante la cena, cominciamo a fare conoscenza con i nostri compagni di barca, in particolare con una coppia di danesi che si sta concedendo un mese sulle strade di Ecuador, Perù e Bolivia e con un ragazzo tedesco, Holof, che si presenta con una forte stretta di mano e ci racconta che il suo viaggio alla scoperta del Sudamerica durerà per ben sei mesi!
Intorno a noi, il cielo comincia a poco a poco ad annerirsi e le luci sulle barche si accendono alla spicciolata riflettendosi sull’acqua scura: di fronte ad uno spettacolo come questo persino una strana gelatina al limone dal colore verde brillante sembra ottima!
Quando saliamo sul ponte, una timida falce di luna osserva le case, i locali ed i ristorantini illuminati di Puerto Ayora ed ascolta le nostre chiacchiere accompagnate dal lieve sciabordio dell’acqua, mentre una leggera brezza allieta finalmente corpi stufi di essere assediati dall’umidità e menti ancora in lotta con gli ultimi, ostinati residui di jet-lag.
Purtroppo, però, questa non è ancora la serata ideale per godere di quegli incredibili cieli stellati che devono aver incantato migliaia di navigatori: le luci del paese e del porto troppo affollato, infatti, fanno impallidire le tante stelle appese lassù. Decidiamo quindi di concedere a lampioni, insegne di negozi e finestre illuminate il ruolo di primedonne e ci ritiriamo nelle nostre cabine per preparare l’occorrente per la prima escursione di domani: macchina fotografica, rullini, occhiali da sole, costume, bandana e crema a protezione totale riempiono in fretta i nostri zaini mentre le lancette della sveglia, puntate sulle 6.30, ci consigliano di accantonare le immagini e le emozioni della giornata e di chiudere gli occhi in attesa che la barca, a mezzanotte, levi l’ancora per puntare verso nord-ovest.
Il mattino successivo, l’aria umida di Santiago avvolge i nostri muscoli ancora rattrappiti quando, svegli da pochi minuti, camminiamo sul ponte scrutando la spiaggetta di James Bay, dove sbarcheremo tra non molto.
Solo due barche sono ancorate accanto all’Eden, su un mare quasi totalmente privo di onde.
Le nuvole grigie, gli scogli neri e quattro mura semicrollate – tutto ciò che resta di una casa costruita dai primi coloni dell’isola – donano al luogo un’atmosfera sinistra, da fine del mondo, ma le divertenti evoluzioni di un leone marino che sta nuotando accanto alla nostra barca sembrano un chiaro invito a seguirlo per raggiungere la spiaggia, dove alcuni suoi simili si stanno a poco a poco risvegliando.
Con il veloce panga di Xavier arriviamo a destinazione in un battito di ciglia e, superato il nostro primo sbarco bagnato, ci ritroviamo a pochi metri da questi animali così buffi che sembrano non curarsi affatto della nostra presenza e delle parole di Raul, pronto a spiegarci in breve la storia dell’arcipelago incantato, trasformatosi nell’arco di un secolo da colonia penale a parco naturale.
Trascorriamo le due ore successive camminando su un lungo e piatto litorale di lava… è quasi impossibile, in un luogo come questo, non seguire il consiglio che ieri sera Raul ci ha dato e così le NOSTRE Galapagos cominciamo pian piano a prendere forma…
Ricorderò Puerto Egas come il luogo in cui decine di iguane marine si muovevano sugli scogli, a volte cercando di proteggere i piccoli, a volte lottando tra di loro, a volte sputando nuvole di sale verso chi osava avvicinarsi troppo, e come il luogo in cui ho sentito il suono delicato e quasi commovente di un piccolo di leone marino intento a poppare dal ventre grasso di latte della mamma…
Ricorderò i colori incredibili di grossi granchi corridori che sembravano sfidarmi a cercare di metterli a fuoco e la tartaruga marina che stava nuotando in una piccola cavità a pochi passi dalla Darwin Chair, la pietra a forma di sedia sulla quale la leggenda vuole che il naturalista si fermasse spesso per studiare il mondo intorno a sé…
Ricorderò il sole che si mostrava a noi solo per pochi attimi per donare alle pietre nere infiniti riflessi argentei ed il piccolo pigliamosche dalle piume gialle che volava verso il mio obiettivo ogni qualvolta stavo per scattargli la foto…
Ricorderò l’odore del mare ed il sospiro del gas imprigionato dalle rocce, i nostri silenzi ed il nostro stupore e ricorderò ad uno ad uno i battiti del mio cuore, assolutamente impazzito di fronte alla selvaggia bellezza di questo luogo…
Per tornare verso la spiaggia, percorriamo un sentiero interno ricavato tra strani cactus “candelabro” e “Mickey Mouse” ed arbusti desiderosi di un po’ d’acqua per rinverdire le loro fronde spoglie. Veloci lucertole della lava corrono tra le pietre, cercando un riparo dai nostri occhi indiscreti, e piccoli fringuelli di Darwin svolazzano tra i rami mentre il sole riesce finalmente a vincere la battaglia con le nuvole.
Raul e Colette accompagnano i miei passi lenti…
Che simpatica, Colette!
È una signora di sessant’anni – o forse qualcuno di più – ma la sua vitalità farebbe invidia a molte ventenni. Vive in un piccolo paese circa due ore a nord di New York ed ha deciso di fare un viaggio da queste parti per lasciarsi alle spalle la neve e per imparare lo spagnolo… già, perché l’inglese, il francese e l’italiano li conosce già. Mi racconta che quando era giovane ha studiato a Perugia e che adora l’Italia. Ha girato mezzo mondo – o forse qualcosa di più! – ed oggi spera di riuscire a scattare qualche bella foto subacquea nuotando con i leoni marini… qualche foto che possa competere con quelle realizzate sguazzando con i delfini delle Haway… Mentre parla, chiede a Raul la traduzione in spagnolo di tutto ciò che le salta agli occhi e poi sorride della sua pronuncia…
Davvero simpatica, Colette!
Quando facciamo ritorno a James Bay, sulla spiaggia troviamo solamente alcuni zainetti abbandonati ed un leone marino addormentato. I nostri compagni di viaggio, infatti, sono già tutti in acqua: boccagli verdi, gialli ed arancioni spuntano a qualche metro dagli scogli a rivelare la loro presenza.
Anche noi non resistiamo al richiamo di questo mare così limpido e così eccoci immersi tra pesci grossi e piccoli, colorati o trasparenti come l’acqua, spavaldi a tal punto da sfiorarci le gambe o così timidi da sfuggire appena i nostri sguardi si posano su di loro…
Ma l’emozione più grande la proviamo quando il leone marino che fino a pochi minuti fa poltriva sulla sabbia decide di darci una lezione di nuoto sguazzando intorno a noi!
Le sue evoluzioni sono davvero incredibili!
E mentre stiamo nuotando verso la spiaggia, perché il panga di Xavier si sta avvicinando per riportarci sull’Eden, una piccola iguana marina entra in acqua e quasi ci sfiora… che giornata!
Ritorniamo sulla barca in perfetto orario per il pranzo, accolti dal rumore dell’ancora che viene issata a bordo ricordandoci che dobbiamo partire subito alla volta di Bartolomè. Impieghiamo circa tre ore per raggiungere questa isoletta grande appena 1.2 km2, ma il tempo vola mentre, attraverso le lenti del binocolo, scrutiamo la parte settentrionale di Santiago, dove soltanto alcune piccole spiagge bianche rompono la monocromia di scogli impervi, a strapiombo sul mare, alle cui pareti frustate dalle onde riescono ad appigliarsi solo i pomodori di mare.
L’Eden si ferma proprio davanti al Pinnacolo, catapultandoci quasi magicamente all’interno di uno dei panorami più fotografati di tutte le Galapagos: alla nostra memoria, infatti, non occorrono grandi sforzi per ricordare una delle immagini più ricorrenti dei tanti cataloghi che abbiamo sfogliato dal momento in cui l’idea di intraprendere un viaggio nelle isole di Darwin ha cominciato a stuzzicare la nostra fantasia.
Andres ci porta in pochi minuti su una spiaggia dai riflessi rossastri abitata dagli inevitabili grassi leoni marini e da alcuni uccellini che pattugliano la battigia in cerca di succulenti parassiti.
Un sole splendente illumina le impronte sulla sabbia e le onde che sembrano inseguirci per cancellarle mentre camminiamo senza fretta alla ricerca di attimi da immortalare sulle nostre pellicole; il richiamo del mare è però troppo dolce per rimanere inascoltato e così, indossati maschera e boccaglio, ci lasciamo abbracciare dall’acqua limpida di questo angolo di Paradiso… a pochi metri da noi, la coppia di pinguini che danza tra le onde spaventando una nuvola di pesciolini trasparenti sembra quasi un sogno, uno scherzo della luce, un volo della fantasia forse troppo condizionata dalle promesse delle guide turistiche… invece non è altro che una splendida realtà, un incontro del tutto inaspettato che provvede a scavare nei nostri cuori solide fondamenta su cui far poggiare le NOSTRE Galapagos…
Quando torniamo a riva, Raul ascolta con pazienza il nostro entusiasmo prima di invitarci a seguirlo su uno stretto sentiero ricavato tra le mangrovie: in questo modo attraversiamo la parte più stretta di Bartolomè per lanciarci alla scoperta di un’altra spiaggia; molte tartarughe marine tornano qui ogni anno per deporre le uova sotto questa sabbia soffice e così bianca da abbagliare. I nidi dei pellicani, invece, sono tra i rami…
Di fronte a questo tutto e a questo nulla, le parole appaiono superflue… gli unici suoni da ascoltare qui sono il canto dell’oceano ed il sussurro del vento…
Dopo questa ennesima emozione, ritorniamo sull’Eden fermandoci solo il tempo necessario per la merenda e per sostituire i nostri sandali con delle più comode scarpe da trekking: la piccola Bartolomè, infatti, deve ancora mostrarci la sua anima più aspra e selvaggia.
Il panga si muove agile tra i piccoli scogli che bucano l’acqua a pochi metri dal Pinnacolo. Due piccoli pinguini si tuffano al nostro passaggio e nel giro di un battito di ciglia scompaiono in profondità, beffando la signora francese che stava cercando di inquadrarli. Il vento, invece, si prende gioco di suo fratello rubandogli il cappello e portandolo tra le onde; una veloce manovra di Xavier ci permette di recuperarlo e di salvare la sua testa calva da una sicura scottatura!
Allontanandoci dal Pinnacolo, puntiamo verso ovest ma quando notiamo la barca di Andres, su cui sono saliti gli altri nostri compagni di viaggio, ferma accanto agli scogli accostiamo nuovamente: abbagliati dal sole, tre pinguini rivolgono le loro pance grasse e bianche verso di noi, come a volerci impartire un’ironica lezione di stile e di eleganza.
Poco lontano da loro, un altro esemplare è disteso tra le rocce; un velo di tristezza scende tra di noi quando notiamo la pinna ferita che gli impedisce di nuotare e quindi di cacciare… anche nel più bello dei Paradisi, la selezione naturale deve svolgere il suo macabro compito…
Ancora qualche minuto ed eccoci giungere di fronte al piccolo attracco da cui ha inizio il sentiero che ci porterà nel punto più alto dell’isola… il nostro sbarco asciutto, però, deve avvenire sugli scogli perché i pochi comodi gradini ricavati tra le pietre sono occupati da alcuni leoni marini che non hanno alcuna intenzione di scomodarsi per lasciarci passare… ma le nostre scarpe da trekking non si lasciano certo spaventare da questo disguido!
Manca circa un’ora al tramonto quando ci incamminiamo per il sentiero a gradoni… e su quest’isola grande poco più del guscio di una tartaruga la storia delle Galapagos si svela a noi mentre percorriamo 360 scalini e lasciamo gli occhi correre su un paesaggio vulcanico precluso quasi ad ogni forma di vita. Solo i cactus della lava ed alcuni arbusti color cenere hanno infatti scelto di mettere radici in questo luogo crivellato da tanti piccoli crateri e percorso da strani tubi di lava.
Raul ha pensato proprio a tutto: arriviamo in cima nel momento migliore per vedere il Pinnacolo ergersi su un mare di cristallo e il profilo di Santiago incorniciato da un fantastico cielo azzurro. Il sole calante accende rocce e massi intorno a noi di una luce magica e il vento caldo ci porta il suono delle onde che si infrangono sugli scogli laggiù in basso…
Quando ritorniamo all’attracco, i leoni marini sono ancora mollemente spaparanzati sui gradini; rubiamo loro qualche scatto prima di fare ritorno sull’Eden.
Il buio cala mentre stiamo cenando; un’altra barca accompagna la nostra danza sull’acqua: le sue lanterne accese infondono sicurezza e calore mentre la notte ci avvolge tra le sue spire e sospinge un velo di nuvole sopra l’isola, cancellando ogni nostra speranza di puntare gli occhi verso Alfa e Beta Centauri o la Croce del Sud.
Stiamo dormendo da un pezzo quando l’Eden attraversa l’Equatore puntando a nord-est, verso Genovesa. È l’1.00 di notte. Durante il briefing, Raul ci ha raccontato che di solito, sulle grandi navi da crociera, si suona la campana quando ci si trova a cavallo dei due emisferi… fortunatamente sulla nostra piccola barca questa idea malsana non attraversa la mente di nessuno e così il nostro sonno può proseguire tranquillo fino alle 6.30, ora in cui la sveglia suona per darci il benvenuto in quella che tutte le guide definiscono “l’isola degli uccelli”.
Alzando gli occhi al cielo, mentre camminiamo ancora instabili sul ponte, ne vediamo davvero migliaia.
Sule, fregate, gabbiani codadirondine, petrelle di mare volano in cerchio, planano, si tuffano in acqua, si lasciano portare in alto dall’aria oppure galleggiano accanto allo scafo. I loro versi risuonano tutt’intorno a noi quando ci infiliamo i giubbottini di salvataggio per salire sul panga.
Puntiamo verso est e costeggiamo per circa mezz’ora gli scogli alti e frastagliati che si gettano in mare: questo ambiente, così ostile ai nostri occhi, si rivela in realtà ricco di vita.
Coppie inseparabili di gabbiani codadirondine osservano sfilare le nostre due barchette con i loro occhi cerchiati di rosso, pigri leoni marini sonnecchiano sugli scogli e piccoli granchi neri corrono accanto a loro cercando riparo dalle onde un po’ troppo violente. Una sula piedirossi scruta l’oceano dai rami di uno dei pochi arbusti che hanno avuto la sfortuna di nascere tra queste rocce a picco sul mare.
L’avvistamento di una coppia di “fur sea lions” – gli arctocefali delle Galapagos, una specie endemica simile al leone marino ma più difficile da osservare – ci annuncia che oggi sarà la nostra giornata fortunata… e infatti dopo aver percorso i Prince Philip’s Steps – ripidi gradini scavati nella roccia che ci portano in cima ad una scogliera alta 25 mt – ad accompagnare i nostri primi passi su Genovesa è un maschio di fregata intento a fare sfoggio del suo gozzo rosso gonfio come un pallone per conquistare gli sguardi di qualche femmina. Non possiamo avvicinarci molto perché l’albero sul quale ha deciso di appollaiarsi è distante qualche decina di metri dai paletti bianchi e neri che delimitano il sentiero percorribile, ma il binocolo viene in nostro aiuto per osservare nei minimi dettagli questa scenografica forma di corteggiamento.
Le sule piedirossi, invece, si rivelano meno “pudiche”: ne incontriamo tantissime lungo il nostro cammino.
Ci mostrano i loro strani becchi azzurri e rosa e le loro zampe di un incredibile colore rosso, ma soprattutto ci lasciano scrutare all’interno dei loro nidi, dove morbidi piumini stanno aspettando di liberarsi del manto bianco per spiccare il volo.
Camminiamo per circa un chilometro tra alberi così secchi da sembrare pietrificati: solo tra qualche mese la stagione umida rinverdirà le loro fronde. Alcune sule mascherate zampettano di fianco a noi, anch’esse dirette alla distesa di lava a strapiombo sul mare dove solitamente depongono le uova. Quando arriviamo, un’infinità di uccelli della tempesta volteggia su questo luogo: la scogliera minacciosa non incute loro timore.
A qualche passo da noi, un piccolo pulcino di sula mascherata nato da poche settimane cerca un po’ di calore tra le zampe palmate della mamma. Il motivo per il quale molte coppie nidificano qui è presto spiegato: il dirupo improvviso facilita il decollo di questi animali così grossi.
Mentre passeggiamo in questo luogo che con la sua asprezza e la sua desolazione sommerge i nostri sensi, trasportandoci in un’atmosfera primordiale dominata dall’acqua e dal fuoco, Raul propone una scommessa: una cerveza per chi avvisterà un gufo e due per il fortunato i cui occhi si imbatteranno in una lucertola della lava. Purtroppo, però, nessuno di noi avrà l’onore di brindare con lui: dei gufi, naturalmente, non c’è neanche l’ombra – saranno tutti rintanati in qualche anfratto, lontani dal chiasso provocato dalle sule – e l’unico rettile che riusciamo a scorgere è una piccola iguana marina della quale non possiamo fare a meno di ammirare il coraggio e la tenacia che l’hanno portata fin quassù…
Ritornati al punto di partenza, un grosso maschio di sula mascherata solleva le ali in una buffa posizione per permettere all’aria di abbassare la sua temperatura corporea e in questo modo ci saluta quando ci incamminiamo verso i gradini per tornare sulla nostra barca.
Il sole illumina il ponte dell’Eden e scalda la mia pelle mentre mi siedo per osservare il mare di fronte a me… la pace che si respira qui è assoluta.
Una barca a vela è ancorata accanto a noi: conto cinque persone e sedici sule che tentano di mantenere l’equilibrio a bordo!
Stringo tra le mani il mio libro, ma leggerò un altro giorno quelle pagine fitte fitte di parole… oggi non posso proprio perdermi la vista di queste onde, degli scogli e della barca da pesca dall’aspetto molto vissuto ormeggiata a poche decine di metri da noi attorno alla quale alcune fregate particolarmente affamate stanno volteggiando speranzose…
Ed è proprio ai pescatori che vivono su questa bagnarola che offriamo il pranzo, in cambio di alcuni grossi pesci appena staccati dall’amo… per questa sera, la cena è assicurata!
Quando Xavier e Andres iniziano a pulirli, le fregate si spostano verso di noi per contendersi a suon di beccate gli scarti che i due ragazzi lanciano loro.
Mentre assistiamo alle loro frenetiche planate ed alle loro lotte, dalla radio di Louis – il cuoco – escono le note di una sconosciuta canzone spagnola. Sono note libere come il volo di questi uccelli, leggere come l’aria che si insinua tra le loro piume… e noi urliamo e ridiamo di fronte a questo spettacolo incredibile che segna l’inizio di un pomeriggio davvero ricco di emozioni.
Poco dopo, infatti, il nostro capitano Diego dà ordine di levare l’ancora e punta verso il largo. Ci muoviamo veloci mentre il vento ci scompiglia i capelli ed agita la bandiera ecuadoreña issata a poppa; le sule aprono le grandi ali sopra le nostre teste e ci scortano.
Ben presto, il suono della sirena ci avvisa che abbiamo raggiunto il nostro scopo: schiene e pinne scure fendono l’acqua di fronte a noi.
Delfini, finalmente… tanti delfini!
Sono sufficienti pochi attimi per contarne otto davanti allo scafo mentre altri nuotano alla nostra destra, formando un sicuro cerchio attorno ad un piccolo che non la smette nemmeno per un attimo di saltare fuori dalle onde.
La sensazione di libertà che provo sentendo i loro respiri e vedendo i corpi grigi che si muovono veloci ed eleganti è indescrivibile. Mi appiglio a prua dell’Eden e guardo prima questi splendidi animali e poi Raul ed i miei compagni di viaggio che, sul ponte superiore, sorridono e… sto bene qui insieme a loro! Davvero bene! Me lo comunicano il mio cuore che batte più forte del solito ed il groppo in gola che rende lucidi i miei occhi…
Un’ora passa troppo in fretta tra tanti avvistamenti e… tante foto che probabilmente saranno da buttare ma che era impossibile non provare a scattare!
Ancora sule ci riaccompagnano verso la baia. Volano così vicino a noi che quasi riusciamo a sfiorarle… Un ulteriore mattone si aggiunge agli altri nella costruzione delle NOSTRE Galapagos.
Dopo la merenda, il motore del panga comincia nuovamente a “ruggire” per portarci sulla spiaggia corallina di Darwin Bay.
Gabbiani codadirondine, leoni marini e fregate vivono qui e non si preoccupano affatto della nostra pacifica invasione del loro territorio.
Le coppie di gabbiani sono troppo impegnate a guardarsi negli occhi ed a camminare uno di fianco all’altra per curarsi della nostra presenza, mentre i leoni marini continuano a dormire indifferenti – neppure i loro baffi fremono quando ci avviciniamo – e le fregate appollaiate su miseri arbusti che sorreggono a fatica il loro peso ci osservano con aria stanca… nessun maschio accenna ad alzarsi in volo o a gonfiare il suo gozzo rosso in questo caldo pomeriggio; solo le femmine sembrano attive: la nostra buona stella ci permette di avvistarne una intenta a nutrire il suo piccolo!
Sono seduta sulla spiaggia e sto giocherellando con un frammento di corallo quando Colette esce dall’acqua stringendo la sua macchina fotografica: ha un sorriso incredibile stampato in faccia. Con parole concitate, mi racconta che ha avvistato uno squalo. Le chiedo se ha avuto paura; mi risponde di no, perché Holof la teneva per mano!
Straordinaria Colette!
Prima del tramonto, ci ritagliamo il tempo per una passeggiata: superiamo una zona ricca di mangrovie, tra i cui rami cercano di nascondersi molte sule piedirossi tradite dai colori brillanti dei loro becchi e delle loro zampe, ritrovandoci così di fronte ad un braccio di mare spinto nell’entroterra dall’alta marea.
Tolte le scarpe, camminiamo nell’acqua osservando con curiosità come siano differenti tra loro le due sponde, separate appena da un paio di metri: da un lato, su una parete di scure rocce vulcaniche, alcuni cactus Mickey Mouse devono sfruttare ogni appiglio ed ogni anfratto per sopravvivere mentre dall’altro rigogliose mangrovie possono allargare le loro radici nella calda acqua che ogni sera riempie questo letto.
Il vento muove le loro foglie mentre due garzette appena risvegliatesi dal sonno diurno ci mostrano orgogliose le loro creste prima di involarsi insieme verso lidi più tranquilli… già, perché qui, in questo luogo magico, la tranquillità sembra non essere di casa, almeno per questa sera!
Un grosso maschio di leone marino sta infatti cercando di far valere le proprie ragioni di fronte ad un esemplare più giovane intento ad insidiare una femmina del suo harem. I versi scocciati che si levano nell’aria, però, sembrano non sortire alcun effetto e così, mentre la femmina continua a dormire, indifferente al fascino dei suoi contendenti, i due maschi iniziano un rumoroso inseguimento in acqua allontanandosi da noi per raggiungere il mare aperto.
Quando ritorniamo sulla spiaggia, Genovesa ci strappa un ultimo sorriso: un gruppo di razze sta “volando” a pelo d’acqua vicino alla riva! Davvero incredibile!
Ma il sipario su questa giornata non è ancora calato… ci sono altre emozioni da vivere!
Giunti a bordo, arriva finalmente il momento di un bel brindisi con tutto l’equipaggio per concludere nel migliore dei modi la nostra esperienza sull’Eden: domani mattina, infatti, dovremo salutare Raul ed i ragazzi e fare ritorno sulla terraferma, abbandonando il morbido rollio a cui ci eravamo ormai abituati.
Louis ha preparato un’ottima piñacolada per l’occasione e, insieme ai suoi colleghi, ha indossato la divisa migliore.
Raul ci raduna tutti per il briefing, come al solito, e poi, dopo averci raccontato come sarà la nostra ultima escursione insieme – quella che ci attenderà domani all’alba, quando assisteremo al risveglio di Caleta Tortuga Negra – distribuisce i bicchieri e si lascia commuovere mentre ci saluta a suo modo, sorridendo con gli occhi e spiegandoci che qui in Ecuador ci sono due modi per brindare. Nelle occasioni formali, quando si è a una noiosa riunione di lavoro ed il nodo della cravatta stringe un po’ troppo o le scarpe col tacco ci fanno soffrire, si brinda con un semplice, anonimo e quasi freddo “Salud”.
Quando si è tra vecchi amici, invece, e non ci si deve preoccupare dell’acconciatura, del trucco o della barba incolta, c’è un altro modo per vuotare i calici.
E in questo modo il brindisi diventa allegro, contagioso ed indimenticabile…
Si alza il bicchiere al cielo e si urla tutti insieme: “Chupaloco!”.
E allora… “Chupaloco Raul, Diego, Xavier, Andres, Alex, Louis ed ancora Louis!”… chupaloco e grazie mille per aver condiviso con noi questi tre meravigliosi giorni che per fortuna si concludono nel modo migliore, quello tanto atteso e finalmente arrivato: una magnifica notte stellata!
Una miriade di piccoli puntini luminosi mi osserva mentre, con Xavier, sono seduta sul ponte a sorridere della mia poca dimestichezza con lo spagnolo.
Diego dà ordine di levare l’ancora un’ora dopo la cena; molte sule ci accompagnano per il primo tratto della nostra navigazione: la luce debole della luna illumina le loro ali quando compaiono all’improvviso accanto a noi, facendoci quasi sussultare; in breve tempo, il profilo di Genovesa si perde alle nostre spalle ed il mare aperto ci invita a solcare le sue onde mentre l’aria si fa più pungente… accucciata sul ponte, lascio che la mia mente si svuoti di fronte all’universo che mi sovrasta.
Io amo i cieli stellati.
Amo rimanere ore ed ore ipnotizzata da quei bagliori lontani.
Amo la loro semplicità, la loro eleganza discreta, il loro abbraccio silenzioso…
E questa sera mi sento quasi soffocare davanti a tanta magnificenza: è questo il cielo che speravo di vedere quando, nelle notti coperte di nubi della Val di Susa, pensavo al mio viaggio sempre più vicino…
È il cielo dei navigatori… immenso, puro, incontaminato…
È il cielo dei sognatori… complice, ammiccante, accogliente…
È il cielo visto dal ponte di una piccola barca che naviga solitaria tra le onde dell’Oceano Pacifico… semplice, emozionante e forse unico…
Accanto a me, Xavier non si lascia più incantare da questi spettacoli; continua a chiacchierare mescolando spagnolo, inglese e italiano.
Ha venticinque anni e lavora sulle navi da quando ne aveva quindici: per prendere la via del mare ha lasciato nella provincia di Esmeralda la sua famiglia e la casa in cui è nato. Ora parla con grande nostalgia degli affetti lontani ma, al tempo stesso, è felice che il suo tetto ogni sera sia questo cielo che per lui non serba più segreti.
Da buon navigante, conosce ad una ad una le stelle. Snocciola i loro nomi per cercare di far colpo sulle donne e forse qualche volta ci riesce…
Questa sera il suo turno inizia alle 11.00: per tre ore la cabina di comando sarà il suo regno mentre Diego potrà finalmente riposarsi.
Quando l’ora arriva si alza dal ponte chiedendomi di accompagnarlo: accetto con piacere, spinta da un refolo di aria fredda che si insinua tra i miei capelli, e così, sotto un cielo da favola, mentre la radio diffonde la voce gracchiante di uno scatenato Ricky Martin tutt’intorno a noi, scopro i primi rudimenti della navigazione e, destreggiandomi tra timone, radar, GPS ed ecoscandaglio, punto verso Santa Cruz lanciando un sorriso complice alla Cruz del Sur…
La notte è scomparsa da un pezzo ma mi sembra ancora di sognare quando il mattino successivo ci aggiriamo tra le mangrovie di Caleta Tortuga Negra.
Xavier ha spento il motore del panga ed il leggero sciabordio dell’acqua sollevata dal remo è l’unico suono che riusciamo a percepire.
Sono le 6.00 del mattino, l’ora ideale per visitare questo luogo la cui bellezza è celata dal mare.
Qui bisogna infatti arrivare prima che i raggi del sole trasformino la piatta distesa su cui stiamo galleggiando in uno specchio.
Qui bisogna muoversi silenziosi ed avere pazienza… l’acqua prima o poi si incresperà rivelando i suoi schivi abitanti …
Eleganti razze, sfuggenti tartarughe marine e pericolosi squali pinnabianca vivono tra questo dedalo di canali che Raul sembra conoscere come le sue tasche: quelli con loro sono incontri difficili, a volte troppo rapidi, ma di un’intensità così profonda da lasciarci con il cuore in gola.
A Caleta Tortuga Negra sono il silenzio e la pace a dettare lo scorrere del tempo…
Solo le nostre due barchette si aggirano tra le mangrovie… gli uomini che visitano questo luogo devono essere spettatori discreti, in grado di assaporare la tranquillità quasi sacra che vi aleggia e di nutrire il proprio spirito con emozioni e sensazioni uniche, come quelle provocate da uno sguardo rubato ad una tartaruga che buca l’acqua a pochi metri dalla barca… La noto quasi per caso mentre, così piccola e indifesa, sembra cercare rifugio tra le fitte radici delle mangrovie ed appena incontro i suoi occhi so per certo che la mia giornata potrebbe anche concludersi qui, di fronte a tutta questa infinita dolcezza…
Ma il sole è appena salito in cielo quest’oggi e Caleta Tortuga Negra non ha ancora finito di stupirci… il nostro primo incontro con una sula piediazzurri, infatti, avviene proprio qui, dove meno ce l’aspettavamo.
È Raul ad avvistarla per primo e a guidare le due barche a pochi metri da lei, così assurda da sembrare rubata alla matita di Walt Disney.
La cosa più divertente in questo uccello grosso come un pollo e dalle zampe di un improbabile color “azzurro piscina” è il fatto che tenti, con il suo sguardo fiero e quasi altezzoso, di rubare la scena ad un airone cinerino, impeccabile nella sua divisa grigia e nella sua postura elegante, che sta scrutando l’acqua da una pietra lì vicino… e soprattutto che riesca nel suo scopo! Gli obiettivi delle macchine fotografiche, infatti, sono tutti puntati nella sua direzione e persino Raul chiude un occhio di fronte al lampo di un flash…
Quando Xavier riaccende il motore capiamo che la nostra escursione sta per giungere al termine; in pochi minuti, infatti, raggiungiamo l’Eden. Ci rimane il tempo per la colazione e per gli ultimi saluti all’equipaggio mentre facciamo rotta verso Baltra.
Le cabine vuote, il casco di banane appeso sul ponte tre giorni fa – al momento della partenza da Santa Cruz – che oscilla ormai spoglio al ritmo delle onde ed i bagagli in attesa di essere caricati sulle barche sono l’ultima immagine della nostra crociera, purtroppo finita troppo presto.
Tra poche ore, infatti, altre persone animeranno le cabine ed i ponti sui quali per tre giorni abbiamo cercato di mantenere l’equilibrio, mentre Raul raggiungerà finalmente San Cristobal e la sua famiglia che non vede da un mese, Holof continuerà il suo viaggio tra i deserti, i ghiacciai e le foreste del Sudamerica, Colette ritornerà nel suo freddo paesino ricoperto dalla neve e noi per fortuna continueremo la scoperta di questo Paradiso: Santa Cruz e Isabela saranno le nostre due prossime mete.
All’aeroporto, incontriamo il volto sorridente di Fabio, appena arrivato da Quito con l’aereo della Tame che tra poco si alzerà nuovamente in volo per riportare in Ecuador i nostri compagni di viaggio già in coda per il check-in. Li salutiamo in fretta augurando loro buon viaggio prima di salire sul pullman e poi sul battello che ci porterà su Santa Cruz.
È sufficiente una mezz’ora di viaggio a bordo di un rumorosissimo pick-up per raggiungere la casa di Fabio, nel centro dell’isola. Ci fermiamo qui il tempo necessario per uno spuntino a base di pane e formaggio fatti in casa e per una veloce visita ad una parte della sua proprietà… quella su cui alcune tartarughe giganti vivono in completa libertà!
Il paesaggio che attraversiamo mi ricorda alcune foto del Kenya viste in ufficio… sarà forse per l’incredibile cielo azzurro che ci sovrasta o per l’erba secca che ci graffia le gambe o forse solo per i colori violenti, la pace ed il sole che scalda i nostri corpi e spinge le tre tartarughe che incontriamo a rintanarsi nei loro gusci.
Fabio è un fiume di parole: ci racconta della sua casa, della sua famiglia, delle persone che lavorano la sua terra ed accudiscono i suoi animali e delle sue giornate così ricche di impegni e di incontri; noi non possiamo fare a meno di invidiarlo pensando alla nostra vita così normale… un ufficio troppo grigio, un inverno troppo freddo, un cielo troppo inquinato…
Solo il respiro lento e profondo delle tartarughe zittisce la sua voce e ci obbliga al silenzio; ascoltare questo suono significa ascoltare il respiro di questa terra così ricca e vitale, una terra in continua evoluzione, un’incredibile fucina di specie animali e vegetali all’interno della quale abbiamo la fortuna di muoverci, seppur per un tempo brevissimo.
Serbare questo suono nella memoria è un dovere, un obbligo nei confronti della natura bizzarra e geniale delle Galapagos.
Dopo questa sosta, lunga poco più di un battito d’ali, raggiungiamo Puerto Ayora seduti nel cassone del pick-up mentre l’aria, carica prima del profumo della terra resa fertile dalla pioggia e poi della salsedine, frusta i nostri visi abbronzati e convince Fabio a togliersi il cappello.
Arrivati in città, sistemiamo i bagagli nelle camere del Lobo de Mar prima di buttarci tra i locali del lungomare, alla ricerca di un ristorantino in cui assaporare del buon pesce fresco.
Seduta al tavolo con i miei amici, mentre da un manifesto appeso al bancone un’iguana invita il gestore a sorridere al turista, mi auguro che il pranzo si porti via il fastidioso “mal de tierra” che mi sta tormentando da quando ho lasciato l’Eden… purtroppo, però, non sarà così: questa odiosa sensazione mi accompagnerà per tutto il giorno, facendomi barcollare anche lungo il sentiero che conduce a Tortuga Bay.
È infatti su questa lunghissima spiaggia bianca, verso la quale molte tartarughe tornano ogni anno per deporre le proprie uova, che decidiamo di recarci al pomeriggio concedendoci una camminata di 7 km o forse più, dapprima su un sentiero lungo 2.5 km circondato da cactus ed acacie e popolato di lucertole dalla testa rossa e poi su questa infinita distesa di sabbia che oggi è animata da alcuni locali che hanno deciso di passare qui la domenica e da un pellicano solitario che scruta il mare incerto se prendere il volo oppure no.
Lasciando le nostre impronte sulla sabbia, raggiungiamo una piccola baia dove decidiamo di fare il bagno mentre Fabio si appisola all’ombra delle mangrovie. Maschere e boccaglio qui non servono: la sabbia rende torbido il fondale, ma poco importa; per una volta lasciamo gli occhi fuori dall’acqua e, osservando i sorrisi di due bimbi che giocano con la mamma a pochi passi da noi, non sentiamo la nostalgia di pesci e leoni marini.
Quando Fabio si risveglia, percorriamo il “sentiero dei cactus”, che si snoda su una stretta lingua di terra colonizzata solo da questi alberi, facendo attenzione a non inciampare nelle pigre iguane che sonnecchiano sulle rocce.
Ci sentiamo quasi degli intrusi muovendoci tra queste creature preistoriche che si confondono con le scure pietre laviche sulle quali sono distese mentre il vento asciuga i nostri capelli e si accanisce instancabile contro gli enormi Mickey Mouse che crescono qui. Nonostante non sia ancora il momento del tramonto, una strana luce rosata si posa sui loro tronchi che hanno impiegato chissà quanti anni per diventare così alti, sui fiori gialli ormai al sicuro dai morsi delle iguane e sulle loro spine appuntite. Sono le nuvole basse a lasciarla filtrare e a donare al luogo un’atmosfera strana e misteriosa.
Passi lenti, accompagnati da parole quasi sussurrate, ci portano nuovamente sulla spiaggia. Il pellicano è ancora lì, forse intimorito dalle onde intente a scagliare tutto il loro ardore contro la battigia. Le ombre cominciano ad allungarsi mentre piccoli granchi rossi scappano spaventati al nostro passaggio, cercando riparo nelle buche scavate nella sabbia attraverso le quali Tortuga Bay sembra poter respirare.
L’aria calda che secca la pelle leggermente arrossata porta fino a noi le grida dei bambini che stanno giocando sulla riva. Fabio incontra alcune persone che conosce… nessuno ci nega un sorriso, una stretta di mano o un consiglio per il proseguimento del viaggio… Coloro che abitano qui sono coscienti del tesoro che li circonda e ben felici di poterlo condividere con qualcuno in grado di apprezzarlo…
Giunti nuovamente all’ingresso del sentiero, indichiamo sul quaderno tenuto dal guardiano l’ora del nostro ritorno e ci incamminiamo verso Puerto Ayora. Lungo la strada, ibiscus amaranto, gialli, rosa ed arancione e le chiome rosso fuoco dei flanboyen incontrano i nostri sguardi ed ascoltano le parole di Fabio, pronto a confessarci il suo amore per questa terra. L’Italia è ormai lontana dai suoi pensieri – ci assicura sistemandosi il cappello – e se pensa al futuro non può che vedersi ancora intento a percorrere le spiagge, i viottoli e le onde delle Galapagos ed a respirare la quiete del suo giardino osservando una tartaruga gigante che senza fretta si avvicina alla casa…
Sorseggiamo una coca al Lobo de Mar aspettando che l’ora della cena si avvicini e che le prime luci buchino la notte risvegliando il paese; per rifocillarci e riposare le gambe un po’ stanche dopo i chilometri macinati oggi, scegliamo un locale animato sia da turisti che da gente del posto e, dopo un piatto di pollo alla griglia con patate accompagnato dall’immancabile riso, concludiamo la serata curiosando tra i negozietti del lungomare, per nulla infastiditi dalla pioggia fine fine che rinfresca i nostri corpi.
Per fortuna, il giorno dopo un bel sole prende il posto delle nuvole e spazza via, a colpi di caldi raggi, l’appiccicosa garua. Al mattino, ci concediamo un bagno su una spiaggetta deserta alla periferia di Puerto Ayora, mentre nel primo pomeriggio, stretti stretti su un piccolo motoscafo, puntiamo senza remore verso Isabela, l’isola dove concluderemo i nostri giorni alle Galapagos.
Man mano che acquistiamo velocità e ci dirigiamo verso il mare aperto il profilo di Santa Cruz scompare alla nostra vista, lasciandoci soli tra le braccia dell’Oceano Pacifico.
Due ore di navigazione sembrano un ottimo presupposto per schiacciare un sonnellino. Le chiacchiere dei miei compagni di viaggio diventeranno la mia ninna nanna, le onde mi culleranno ed il giubbottino di salvataggio sarà la coperta pronta a ripararmi dall’aria troppo fredda… il capo comincia a ciondolare seguendo il movimento della barca mentre la cantilena del motore si allontana sempre più dalla mia mente… l’oblio è ormai vicino quando un urlo mi riporta bruscamente alla realtà.
Con noi viaggia una guida naturalistica. È un signore dagli eleganti baffi neri e dallo sguardo acceso. È stato lui a gridare e quando apro gli occhi lo vedo puntare il dito verso il mare.
Le sue parole si ripetono mentre tutti girano lo sguardo in quella direzione: “A whale! A whale!”… vedo solo la coda dell’enorme balena che si sta rituffando negli abissi.
Sembra un miraggio lontano, una visione lunga quanto un battito di ciglia, un fremito, una sillaba ferma in gola per l’emozione…
Sembra che le Galapagos non abbiano ancora finito di farci battere il cuore…
Quando attracchiamo, al porticciolo di Puerto Villamil si contano più animali che persone. I leoni marini sonnecchiano sulle barchette dei pescatori oppure guizzano tra le onde a caccia di qualche gustoso pesce mentre le sule ed i pellicani volano curiosi sopra le nostre teste.
Ci sistemiamo all’hotel Ballena Azul prima di concederci una passeggiata tra le vie del paese.
Abituati al caos, ai turisti ed ai negozietti di Puerto Ayora, facciamo un po’ di fatica ad ambientarci in questo paesino dove il silenzio sembra regnare sovrano sulle case dall’aspetto quasi trasandato, sui bimbi che giocano in mezzo alla strada, sulle poche botteghe che non vendono T-shirt, borse e cappellini, ma solo acqua e generi alimentari e sulla laguna dei fenicotteri dalla quale ritorniamo un po’ delusi dopo aver visto un solo esemplare.
Ma è sufficiente una cena con Richar per cambiare idea… il suo amore per Isabela è contagioso, colpisce dritto al cuore ed è senza cura…
Questa guida strampalata, che ama la terra dove ha deciso di vivere e lavorare più di ogni altra cosa al mondo, ha la mia età. È nato venticinque anni fa dall’incontro tra un’india della città di Cuenca ed un bluesman di Philadelphia che si fa chiamare Iguanaman.
Durante i cinque anni in cui ha fatto il volontario presso la Estacion Charles Darwin ha imparato perfettamente l’inglese; oggi lavora come guida tre o quattro giorni alla settimana. Ci racconta che in questo modo guadagna 50 $ al giorno e che lo stesso importo è sufficiente per pagare un mese di affitto della capanna in riva al mare nella quale abita…
Ama la sua terra così com’è… qui, a differenza di Santa Cruz, i turisti sono pochi, il porto non è sovraffollato ed è estremamente facile vivere “una vida tranquila, sin stress”…
Fabio gli domanda che cosa farà se costruiranno un aeroporto sull’isola… la risposta è semplice ed immediata: in tal caso migrerà su Floreana!
Già, perché le isole abitate in tutto l’arcipelago sono solo quattro e Iguanaman le ha paragonate ad altrettante donne.
Suo figlio ce le descrive mentre la zuppa di pesce si raffredda nel mio piatto.
C’è Santa Cruz, ovvero la donna di Amsterdam, che si mette in vetrina per attirare gli sguardi ed i soldi dei turisti ma non mostra nulla di profondo…
C’è San Cristobal, la donna ideale per essere accompagnati ad un cocktail o ad un ricevimento importante… quella che si dipinge le labbra col rossetto, infila le calze autoreggenti e sfoggia un vestito da sera da mozzare il fiato…
C’è Floreana, la vergine, abitata appena da una settantina di persone…
E poi c’è Isabela, l’amore della vita, quello che ti fa battere il cuore, quello che ti tormenta, quello che non dimenticherai mai, quello a cui rivolgerai sempre un pensiero…
Maria, la proprietaria del locale, passa a ritirare i piatti… la mia zuppa di pesce è ancora tutta lì: sono troppo rapita dalle parole di Richar per mangiare.
È mentre siamo seduti a questo tavolo, intenti a dividere la cena con un cane accucciato ai nostri piedi, che pronuncia per la prima volta quello che diventerà il suo motto: “Non ti innamorare di Isabela”… e, a poco più di un’ora dalla nostra deludente camminata per le vie del centro, seguire questo consiglio sembra già più difficile…
Dopo pochi attimi, Maria ricompare al nostro tavolo portando otto piatti ricolmi di riso, patate, insalata e pesce alla griglia. Sorride posandone uno davanti a me; ricambio il suo sorriso e silenziosamente la rassicuro: questa volta non la deluderò!
Quando nei piatti non rimane altro che le verdi bucce dei lime ed alcuni chicchi di riso, il cane si allontana soddisfatto seguendo due bambini in bicicletta e Richar ci promette che con una passeggiata fino alla laguna potremo cancellare la delusione lasciata in noi dalla precedente visita: al tramonto, infatti, molti fenicotteri abbandonano il mare per raggiungere la sicurezza di Puerto Villamil ed unirsi all’esemplare che abbiamo già incontrato, tradito da un’ala rotta.
Spinti dalle parole di una persona che sembra conoscere a fondo ritmi e stagioni dell’isola su cui vive, accettiamo volentieri l’invito e, recuperata la sua bicicletta senza freni, lasciamo che ci faccia strada; quando giungiamo alla nostra meta, ormai quasi totalmente avvolta dalle tenebre, non riusciamo a contare con precisione quanti fenicotteri si muovono a pochi metri da noi, intenti a scandagliare la bassa acqua salmastra in cerca di cibo, ma sicuramente sono più di venti.
Solo la luna e le stelle illuminano le loro livree eleganti, mentre ci sediamo sulle piccole terrazze in legno costruite ai lati della laguna, pronti a respirare anche la più piccola particella di pace che sembra permeare questo luogo.
Ma le emozioni, per questa sera, non sono ancora finite…
Prima di abbandonarci tra le braccia di Morfeo, Richar ci propone infatti una passeggiata in riva al mare, stuzzicando la nostra curiosità con la promessa di un incontro molto particolare. Sulla spiaggia, il profumo di salsedine ed il suono della risacca accompagnano le nostre chiacchiere fino a quando non ci avviciniamo alla soglia di una piccola casa a malapena illuminata dalle luci soffuse di un locale.
Improvvisamente, alzando gli occhi, lunghe code che sbucano dal sottotetto ci zittiscono, strappandoci un sorriso. Decine di iguane si sono appartate qui per passare la notte: le mura contro le quali i raggi del sole oggi hanno scagliato tutto il loro calore rilasceranno un piacevole tepore durante le ore buie e scalderanno i loro corpi freddi.
Un incontro davvero curioso, non c’è che dire!
Riprendendo a camminare, oltrepassiamo il parco giochi ormai deserto… solo una coppia è seduta su una panchina, gli occhi di entrambi sono rivolti al cielo.
Laggiù sul mare – a qualche centinaio di metri, eppure distante anni luce da Isabela – lo sfavillio di una grossa nave da crociera sembra così stridente in un ambiente magicamente illuminato dalla luna. Chiediamo a Richar cosa ne pensa di questo modo di visitare le isole… la smorfia sul suo viso è chiara quasi quanto le sue parole: “Spazzatura. Solo spazzatura. Cos’altro possono portare alle Galapagos quei turisti?”
Fabio sorride incontrando il mio sguardo carico di approvazione… sa che uno dei punti fermi durante la preparazione di questo viaggio era l’avversione nei confronti di queste navi così grandi… il mio incubo era ritrovarmi in fila indiana con più di cento persone per fotografare una sula o un leone marino o, peggio ancora, essere la coda dell’enorme serpentone umano intento ad arrancare lungo i gradoni di Bartolomè!
Sono strafelice della mia “crociera” sull’Eden, delle persone che ho incontrato e delle emozioni che mi hanno trasmesso, delle cene senza abito da sera, del casco di banane appeso sul ponte e del pesce barattato con i pescatori… Fabio questo lo sa: legge negli occhi e nel cuore delle persone che accompagna ed io per lui sono un libro aperto… avrò modo di accorgermene nel corso del viaggio…
Richar ci accompagna fino al Ballena Azul prima di augurarci una buona notte e di darci appuntamento per l’indomani alle 8.00, quando avremo bisogno di tutto il suo aiuto per governare i cavalli a dorso dei quali raggiungeremo il Volcan Sierra Negra.
La notte scorre serena, nonostante il canto di un gallo un po’ troppo mattiniero – il suo chicchirichì ci sveglia quando sono da poco passate le 3.00! – ma il mattino successivo lo scroscio della pioggia è l’unico suono che sentiamo nella stanza, oltre a quello del pavimento in legno che scricchiola sotto i nostri piedi… Il cielo è troppo grigio, le nuvole troppo basse e la pioggia troppo fitta per farci venir voglia di parlare.
Scendiamo per la colazione convinti che la nostra escursione sia saltata, ma l’arrivo di Richar ci rassicura. Questo è solo un temporale passeggero – dice – e, durante la mezz’ora che passeremo sul pick-up per raggiungere la base di partenza per la cavalcata, esaurirà la sua rabbia.
Per fortuna, il cassone della “camioneta” – così chiamano il pick-up da queste parti – è coperto, così durante il tragitto… ci inzuppiamo un po’ meno del previsto!
Stringendoci il più possibile nelle nostre giacchettine ormai fradice, percorriamo una lunga strada sterrata avvolta da una foresta vitale ed esplosiva, ma quando arriviamo alla base i nostri sguardi sono tutti rivolti verso Richar: la pioggia infatti non è ancora passata ed ai nostri occhi sembra lontano il momento in cui cesserà di scivolare sulla strada ormai ridotta ad un fiume di fango e sui lunghi fili d’erba che crescono ai suoi lati.
Poco convinti delle sue rassicurazioni, troviamo riparo sotto una tettoia mentre un uomo avvolto da un lungo antipioggia blu, con ai piedi un paio di utilissimi (ed invidiatissimi!) stivali di gomma, si avvicina accompagnato da alcuni cavalli.
Richar lo aiuta a sistemare le selle, seguito in ogni sua azione delle nostre espressioni stupite… La pioggia non smette di cadere e noi siamo sempre più scettici…
Ma a poco a poco la sua intensità sembra diminuire, i due uomini terminano di bardare i cavalli e, voltandosi verso di noi, ci chiedono chi vuol salire per primo… ok, è fatta: spinti da non so quale istinto, decidiamo di buttarci… Quando mai ci ricapiterà l’occasione di cavalcare sulla cima di un vulcano sull’isola più bella di tutte le Galapagos?
Siamo fortunati: dopo pochi minuti, la pioggia smette sul serio e noi ci ritroviamo soli in mezzo alla natura rigogliosa di questo angolo di mondo. Ci lasciamo ben presto alle spalle i recinti all’interno dei quali i cavalli che oggi non dovranno sgobbare salutano con sonori nitriti i loro “colleghi” più sfortunati che arrancano nel fango, forse maledicendo la nostra malsana idea di partire con questo tempo, e cominciamo a salire lungo un sentiero che gli animali conoscono a memoria.
La nebbiolina intorno a noi si dirada lentamente lasciando intravedere felci ed alberi assolutamente rinfrancati dal temporale mentre i lampi bianchi dei guardabuoi che si alzano in volo infastiditi dallo scalpitare dei cavalli ravvivano un cielo ancora troppo grigio. Ligi al loro nome, questi uccelli vigilano sulle mucche che incontriamo lungo il cammino, intente a sonnecchiare oppure a brucare; i dorsi neri o rossi sembrano luccicare grazie alle infinite goccioline che li ricoprono.
Dopo circa un’ora e mezza, siamo sul ciglio della caldera del Volcan Sierra Negra. Le sue dimensioni sono incredibili, ma possiamo solo immaginarle vista la continua presenza della foschia: con una voragine larga circa 10 km, questo vulcano è secondo solo al cratere popolato di leoni, elefanti e gazzelle dello Ngorongoro.
Cavalchiamo lentamente, quasi in soggezione di fronte a questo vecchio signore che con le sue sfuriate, nel corso dei millenni, ha modellato a suo piacimento questa parte dell’isola.
Gino – così ho deciso di battezzare il mio cavallo – è molto docile e cerca di convincermi che sono io a comandarlo, anche se in realtà accade esattamente l’opposto… forse si è accorto che questa è la prima volta in tutta la mia vita che salgo su un cavallo!!!
Quando giunge il momento di scendere, accarezzo la piccola macchia bianca che ravviva il suo muso e poi lo lascio brucare in tutta tranquillità, avviandomi dietro Richar e gli altri compagni di cavalcata alla volta del Volcan Chico, un sottocratere del Volcan Sierra Negra.
Leggendo la “Lonely Planet”, ieri sera, non ho trovato molte informazioni sul luogo: solo tre righe mi hanno annunciato la presenza di molte fumarole e di… pochi turisti! Ricordo che le parole “raramente visitato” mi hanno piacevolmente colpito… Questa mattina forse la pioggia ha scoraggiato qualcuno ma il risultato dell’acquazzone non può che regalarmi un sorriso.
Solo otto persone si muovono lente osservando le gradazioni di colore delle pietre e le poche forme di vita che riescono a crescere su questo terreno.
Otto persone curiose e attente oppure distratte da un’ombra o da un raggio di sole inaspettato, ma comunque felici di essere montate a cavallo qualche ora fa.
Otto persone assolutamente diverse tra di loro ma unite dagli sguardi e dai sorrisi che possono nascere sotto il cielo delle Galapagos.
Otto persone… noi!
Camminiamo per circa due ore su questo paesaggio lunare che ci lascia assolutamente senza parole. Rocce, massi e sassolini dalle mille sfumature brillano ovunque gettiamo lo sguardo: la loro anima è fatta di ferro, rame, basalto. Le radici dei cactus candelabro sono ben ancorate in questo suolo aspro e tagliente e lunghe spine aguzze, rivolte verso chiunque osi avvicinarsi, sembrano voler mettere in guardia circa la durezza dell’ambiente in cui ci stiamo muovendo.
I piccoli crateri aperti verso il cielo ed i lunghi tubi di lava che scendono lungo le pendici ipnotizzano gli sguardi e confondono le menti… un mostro mitologico dalle tante teste e dalle infinite braccia prende vita sotto i nostri piedi; il suo muto respiro è il vapore bollente che le fumarole sputano verso di noi lanciando un monito silenzioso.
Ad un tratto, Richar pronuncia un nome latino – naturalmente subito dimenticato! – indicando una pianta bassa che crea una macchia verde allargandosi sul terreno dinanzi a noi. Le foglie secche piegate verso il suolo traggono in inganno i nostri occhi profani: quello che a noi appare come un arbusto che sta a poco a poco soccombendo alla mancanza d’acqua è in realtà un esempio perfetto di legge della sopravvivenza; su questo suolo povero di elementi nutritivi, infatti, le foglie vecchie stanno morendo per donare nuova linfa alle radici ed alle foglie più giovani, rese ancora più verdi e vitali da un raggio di sole che per un attimo riesce a strappare lo spesso lenzuolo di nubi.
Camminiamo ancora, incontrando spaccature, voragini, crepacci ed immaginando eruzioni violente, colate di lava, l’aria permeata di gas irrespirabili…
Le nuvole a poco a poco si allontanano, il sole scalda ed asciuga i nostri corpi… lo sentiamo accarezzarci la schiena quando ci sediamo per riposare sul ciglio di un dirupo e rivolgiamo gli occhi verso il basso: la nebbia è scomparsa, il silenzio è totale, lo sguardo è libero… ma solo per pochi attimi: il mare di Elizabeth Bay, argenteo laggiù all’orizzonte, lo cattura con una dolce malia, lo ipnotizza con i suoi riflessi e lo gonfia di lacrime a stento trattenute.
Forse Iguanaman, l’hippy di Philadelphia che strimpella canzoni blues traendo l’ispirazione dalle onde, dal sole, dalla sabbia e dalle stelle delle Galapagos, ha ragione…
Forse Isabela è davvero l’amore della vita…
Forse… non occorrono troppi forse dinanzi a questa bellezza disarmante e devastante…
Quando torno sui miei passi per raggiungere i cavalli ormai riposati, ripenso alle emozioni di queste ore, vissute dando ascolto a tutti i miei sensi. Lasciandomi alle spalle il Volcan Sierra Negra, porto con me il profumo della guayava e del palo santo, il colore delle felci, dei guardabuoi e di quel piccolo frammento di roccia che sembrava brillare più degli altri.
Porto il calore delle fumarole e la frescura della pioggia, le note delle canzoni che la nostra guida strampalata urlava al cielo e la sensazione di libertà che ho provato quando Richar ha lanciato i nostri cavalli al galoppo sul ciglio del vulcano.
Ma soprattutto porto con me una frase scagliata nell’aria quasi con supponenza, come per lanciare una sfida di cui si conosce già in partenza l’esito finale… “Non ti innamorare di Isabela”…
Un piccolo pigliamosche rosso fuoco ci indica la via quando, lasciati i cavalli, ci incamminiamo lungo la strada che porta a Puerto Villamil: la camioneta è infatti in ritardo e noi non abbiamo voglia di stare fermi sul ciglio ad aspettarla.
La pioggia di questa mattina è ormai un ricordo lontano: il sole filtra attraverso le fronde degli alberi mentre camminiamo cercando di evitare le pozzanghere. La foresta che ci circonda ci regala infinite tonalità di verde ed un silenzio misterioso che solamente il rumore del pick-up che si sta avvicinando riesce a rompere. Seduti nel cassone, superiamo due contadini di ritorno dai campi e alcuni bambini in sella a delle malandate biciclette mentre la strada si snoda veloce davanti a noi.
Ben presto, la freschezza della foresta viene sopraffatta da vampate di aria calda che aggrediscono i nostri corpi indolenziti e schiaffeggiano i nostri visi. Avvicinandoci a Puerto Villamil, un’occhiata al piccolo aeroporto da cui domani decolleremo – a bordo di un aereo a otto posti! – ci strappa un sorriso ed una muta preghiera!
Ci fermiamo in albergo solo il tempo necessario per una doccia ed uno spuntino veloce e alle 3.00 siamo già pronti per un’altra indimenticabile escursione.
Raggiunto il porticciolo, una barca dall’aspetto molto vissuto ci porta in pochi attimi alla Grieta de Las Tintoreras.
Uno scenario dominato da grandi rocce calcaree ci viene incontro mentre muoviamo i primi passi sotto gli occhi indolenti di tantissime iguane marine. Gli esemplari che vediamo qui sono i più grossi incontrati finora e, nonostante i nostri rullini siano già pieni di fotogrammi dedicati a questi animali, non possiamo fare a meno di immortalare questi enormi draghi crestati che sputano sale e cercano un po’ di calore sui massi scuri tra i quali è stato ricavato il sentiero che percorriamo.
Richar ha abbandonato gli scarponi e la divisa beige che indossava stamane: ora la faccia di un barbuto Charles Darwin campeggia sulla sua T-shirt sdrucita. Chiacchiera e canta mentre cammina dinanzi a noi… sono le pietre, il sole o i riflessi del mare a ispirare le sue canzoni… un inno alla “vida tranquila” che si può vivere qui su Isabela.
Improvvisamente, il paesaggio quasi fantastico popolato da draghi pigri ed assonnati lascia il posto ad una spiaggetta nascosta, protetta da scogli e mangrovie.
Ci incamminiamo sulla sabbia calda… il sole ci abbaglia e illumina il mare di fronte a noi accendendolo di mille sfumature; il canto delle onde ci avvolge regalandoci attimi che non scorderemo mai…
Il mio sguardo è fisso sull’orizzonte quando Richar, sottovoce, mi chiama e mi chiede di seguirlo.
Ci inginocchiamo per superare i rami bassi delle mangrovie e violare i misteri che vi si celano. Non è necessario che lui sollevi il suo indice davanti al naso per chiedermi di rimanere in silenzio… non è necessario perché non ho parole… in questo momento posso comunicare solo con il ritmo forsennato del mio cuore: a meno di un metro, una femmina di leone marino ci osserva annusando l’aria che ci circonda e rivolgendoci uno sguardo incuriosito!
Immobile, seguo alla lettera il consiglio di Richar, ma non può che scapparmi un sorriso quando lui, con un suono gutturale assolutamente inaspettato, comincia ad imitare il verso di questo animale e per qualche secondo sembra addirittura trarlo in inganno!
Mi chiedo quando mai finirà di stupirmi questa guida dalle mille risorse che, dopo pochi attimi, ridiventa improvvisamente seria, chinandosi di fronte a me per dissotterrare un grosso sacco di nylon trascinato fin qui dalle onde.
“Questo non va” sussurra nel suo italiano incerto portandolo con sé quando ci allontaniamo dalle mangrovie, lo sguardo di entrambi rivolto verso il mare, dove un piccolo di leone marino sta sguazzando indisturbato.
Raggiunti i nostri amici, ci sediamo sulla spiaggia bollente per qualche minuto. Un’iguana abbandona improvvisamente gli scogli e quasi ci sfiora mentre si allontana lasciando dietro di sé una lunga ed inconfondibile scia: il grosso maschio di leone marino che sta increspando le infinite sfumature dell’acqua di fronte a noi deve averla disturbata… i suoi lamenti, rivolti ad una femmina coricata sulla sabbia, si levano inascoltati verso il cielo… solo Richar rivolge verso di lui un’incomprensibile risposta che sembra confonderlo ed incuriosirlo al tempo stesso!
Ritorniamo verso la barca soffermandoci per qualche istante accanto ad un piccolo canale ricavato tra le pietre, dove solitamente è facile incontrare gli sguardi freddi e spietati di alcuni squali pinnabianca… oggi però non scorgiamo alcun movimento al di sotto dell’acqua cristallina nella quale i nostri visi si specchiano… solo gli scogli sembrano animati: centinaia di piccole iguane marine muovono zampe, code e teste per ritagliarsi un piccolo spazio…
La barca riprende il suo viaggio muovendosi lenta sulla superficie leggermente increspata del mare. Superiamo alcuni scogli presi d’assalto da una colonia di sule piediazzurri tra le quali due pinguini si muovono alquanto impacciati e, mentre timide onde incoronate di spuma biancastra schiaffeggiano lo scafo, scorgiamo in lontananza i profili di tre cactus candelabro stagliati contro il cielo… ritti come sentinelle, sembrano scortare il nostro ritorno al porticciolo di Puerto Villamil.
Scesi a terra, ci accorgiamo che è ancora troppo presto per assistere all’arrivo dei fenicotteri nella laguna e così, seguendo il consiglio di Richar, ci dirigiamo verso la spiaggia per un ultimo, indimenticabile bagno.
Il sole sta ormai abbandonando questa giornata scandita dai battiti forsennati dei nostri cuori: una luce morbida, calda ed avvolgente si posa sulle palme cresciute in riva al mare ed illumina magistralmente l’acqua caldissima in cui ci tuffiamo.
Giocando con le onde, lasciamo che queste portino via dai nostri corpi la stanchezza accumulata oggi, cavalcando e camminando. Lasciamo che ci stringano forte nel loro abbraccio e che strappino dai nostri cuori una piccola parte di noi stessi, quella forgiata con i sorrisi, i groppi in gola, lo stupore e la felicità che Isabela ha saputo scatenare nella nostra anima… una piccola parte di noi che gli abissi incontaminati dove si muovono balene, delfini e pesci martello sapranno custodire gelosamente…
Quando usciamo dall’acqua, un silenzio velato di malinconia scende tutt’attorno mentre rivolgiamo lo sguardo ad occidente: è proprio da laggiù che un’enorme palla infuocata sta spargendo i suoi ultimi, sporadici raggi verso le nuvole che corrono in cielo e le onde che solcano il mare, verso le nostre impronte lasciate sulla sabbia e la dolce linea dell’orizzonte, così simile ad un miraggio in questa favolosa serata galapagueña…
Anche la laguna dei fenicotteri appare come una visione onirica, avvolta dal silenzio e dalla luce argentea delle tenebre che stanno bussando alla porta del cielo. La prima stella della sera cattura l’attenzione di Richar mentre attendiamo con pazienza che qualche “flamingo” si unisca all’esemplare con l’ala rotta ormai rassegnato a trascorrere il resto della sua vita in questa prigione.
Improvvisamente, l’urlo di un uomo alle nostre spalle rompe il silenzio.
“One is landing!” sono le sue parole.
Alziamo gli occhi al cielo, dimenticando per un attimo la lotta – ormai già persa – contro i “mosquitos”, ed ecco apparire il primo dei tanti fenicotteri che vedremo atterrare questa sera. Il lento avanzare della notte non rende onore al rosa brillante delle loro livree, ma l’eleganza e la grazia con cui scendono a terra non passano certo inosservate.
Purtroppo il tempo scorre troppo veloce immersi nella tranquillità di questo luogo magico mentre il cielo accende a poco a poco i suoi preziosi brillanti ed io cerco invano di spegnere la nostalgia che già minaccia di soffocarmi…
Alzandosi all’improvviso con il mio zaino in spalla, Richar mi suggerisce un modo per cancellare la tristezza: affogarla in un bel brindisi. A casa sua la coca cola non manca – dice – e, se saremo fortunati, potremo anche incontrare il suo amico Guapo.
In effetti, quando giungiamo in riva al mare, “l’affascinante” falcone che sovente fa capolino da queste parti è lì, come ad aspettarci, accompagnato dal profumo di salsedine e dal canto della risacca. Lo osserviamo per qualche minuto prima di varcare la soglia di ingresso e di alzare i bicchieri al cielo, ripercorrendo ad una ad una le immagini di questa giornata ormai conclusa ed accogliendo senza difese la frescura e la complicità della mia ultima notte galapagueña.
La voce e la chitarra di Iguanaman, calde ed avvolgenti come i raggi del sole o un abbraccio, riempiono la stanza, inoltrandosi anche nell’angolo più nascosto, e in un attimo questo luogo diventa la cosa più vicina al Paradiso che i miei sensi possano immaginare… fino ad oggi, infatti, pensavo che la capanna sulla spiaggia fosse un’immagine in grado di esistere solo nei sogni più dolci, quelli da cui ci si lascia cullare di tanto in tanto, quando la vita che ci siamo creati ci calza stretta e siamo stufi di ciò che vediamo al mattino spalancando la finestra o del nostro vicino di casa sempre più pronto a brontolare che a sorridere… invece qui, su Isabela, l’isola a forma di cavalluccio marino, le capanne in riva al mare esistono per davvero e Richar ha la fortuna di abitare in una di queste.
Qui dentro c’è tutto l’occorrente per vivere una “vida tranquila, sin stress”… c’è un materasso buttato per terra accanto ad un armadio con qualche maglietta e due o tre paia di pantaloni. Ci sono un frigorifero, una radio per ascoltare le canzoni del padre, due sedie ed un tavolino su cui è appoggiato il libro che sta studiando in questo periodo: il titolo, dall’aria un po’ inquietante, è “Survival”. Sfoglio qualche pagina e mi domando quando mai una guida che ha deciso di lavorare in queste isole si troverà a fare i conti con un assideramento da valanga, una ferita d’arma da fuoco, il morso di un serpente a sonagli o di un drago di Comodo…
C’è la cartina delle Galapagos appesa alla parete, mentre vicino alla radio – non più grandi del palmo di una mano – sono appoggiati gli zapatillos confezionati da sua madre quando lui era un niño. Sorrido se penso agli scarponi n. 48 che ha usato questa mattina per cavalcare.
Ci sono la luce di una candela e il profumo dell’incenso appena acceso, una bottiglia di coca accanto ad una di rhum, una tavola da surf ed una crema all’aloe contro le scottature…
Mi chiedo se serva altro per vivere qui… e poi, guardando la tartaruga marina, lo squalo martello ed il pinguino che Richar ha disegnato sul muro accanto alla porta trovo la risposta… Servono altre due cose: un amore infinito per questa terra e una passione sconfinata per il proprio lavoro…
Scegliamo di tornare in albergo camminando sulla spiaggia ormai deserta. Solo alcuni cani si rincorrono giocando alla luce della luna mentre un vento caldo agita le foglie delle palme.
Spaghetti all’aragosta e le canzoni di un artista locale sono le sorprese con le quali Fabio ha deciso di concludere i nostri giorni in questo Paradiso… le note della chitarra riempiono l’aria intorno a noi scatenando la malinconia che invano ho cercato di tenere a freno.
Non sono riuscita a seguire il consiglio di Richar… il fascino, la “tranquilidad”, i contrasti di Isabela hanno scalfito il mio cuore; l’isola “dolce come il miele, leggera come l’aria”, distesa insieme alle sue sorelle in un oceano capace di sfoderare infinite tonalità di blu, azzurro e verde, mi ha stregata… con il suo incantesimo – una delicata mistura di colori, suoni e profumi; di persone, sorrisi e sguardi; di momenti così brevi da sembrare un sogno ma così intensi da non poter essere altro che una fantastica realtà – ha imbrigliato i miei sensi e imprigionato la mia anima…
Dopo un’ultima passeggiata sulla spiaggia ed un arrivederci alle stelle e a quella luna così sorniona, il saluto di Richar è quello di una persona che sa di essere di fronte a qualcuno che non ha ascoltato le sue parole, qualcuno che non ha opposto difese nei confronti della forza incantatrice di Isabela – la dolce isola dal nome di fata – o Albemarle – l’ipnotica isola dal nome di strega…
Con il sorriso di chi sa di non sbagliare mi chiede “Quando tornerai?”, prima di inforcare la sua bicicletta senza freni e di scomparire nella notte, lasciandomi sola ad ascoltare il sussurro del vento tra gli ibiscus… un sussurro così simile al sospiro di una fata…
Cinque ore di sonno non sono sufficienti per cancellare il vortice di emozioni che annebbia la mia mente. Ossessivo e caparbio, lo porto con me anche mentre cammino sulla spiaggia il mattino seguente.
Osservando uno stormo di sule che si raduna in cielo prima di buttarsi a capofitto nell’acqua, mi chiedo se le Galapagos siano davvero “l’ultimo Paradiso”, come molti sostengono; tuttavia, so di non poter rispondere a questa domanda: non ho ancora percorso abbastanza strade in questo mondo per poter giudicare.
Di una cosa, però, sono certa: le Galapagos rimarranno per sempre il “mio” Paradiso. Saranno le isole che porterò per tutti i giorni della mia vita nel mio cuore… nel loro ricordo mi rifugerò quando sarò triste. Mi torneranno alla memoria le mattine gonfie di nubi ed i cieli stellati, i sussurri e le urla del mare e l’incredibile potere del silenzio; sorriderò ripensando al nitrito del mio cavallo, al respiro dei delfini ed al profumo dell’incenso e piangerò ricordando la malinconia e la tristezza dell’addio…
Seguire il consiglio di Richar è stato impossibile, ma quello di Raul è incancellabile nella mia mente: le fondamenta delle MIE Galapagos sono ben radicate nel mio cuore, mura incrollabili si ergono nella mia memoria e le tegole del tetto sono le vivide immagini conservate nei miei occhi.
Costruire le mie Galapagos è stato semplice… ed altrettanto semplice sarà non scordarle mai…
L’ultimo saluto di Isabela non può che essere un qualcosa di incredibile e forse anche un po’ magico: un flamingo che vola verso la laguna in pieno giorno!
Arrivederci isola incantata e incantatrice, fattucchiera dai mille segreti…
Misteriose pozioni cuociono nei tuoi vulcani, elisir fatali racchiudono le tue gocce di pioggia, effluvi maliardi librano nell’aria i tuoi bizzarri fiori colorati…
Il piccolo aereo si alza in volo leggero dopo una breve corsa sulla pista.
Distese brulle e spiagge bianchissime, scogli solitari e piccole o grandi imbarcazioni che navigano su un mare impreziosito da tanti evanescenti brillanti scorrono sotto i nostri occhi abbagliati. Impieghiamo solo mezz’ora per raggiungere l’aeroporto di Baltra, caotico di turisti in arrivo ed in partenza.
Sulla pista, l’aereo della TAME che ci riporterà in Ecuador ha già acceso i motori; mentre la voce meccanica del comandante invade l’abitacolo, le ruote si staccano da terra ed il carrello rientra…. Le isole di Charles Darwin sono già un ricordo… uno splendido ricordo…
Arriviamo a Guayacquil dopo circa un’ora, accolti da un velo di umidità che ci toglie il fiato ed annebbia le case, i palazzi e le botteghe cresciute lungo il fiume che dà il nome alla città; fortunatamente, però, basta superare la periferia per ritrovare il sole sul nostro cammino.
Daniel, l’autista, si muove agile in mezzo al traffico pomeridiano superando tir, automobili e pick-up i cui cassoni sono stracolmi di ogni ben di Dio.
Ricche piantagioni si susseguono fuori dal finestrino: la terra qui è fertile, vitale ed i suoi frutti – papaye e manghi dai colori ammiccanti, golose fave di cacao e banane dal dolce profumo – scatenano la nostra acquolina, così ordinatamente esposti sui tanti banchetti allestiti sul ciglio della strada.
Un airone bianco intento a curiosare nell’acqua di una risaia ci ispira pace e serenità, ma si tratta di una visione fugace, prontamente sopraffatta dai vasti campi di canne da zucchero nei quali uomini e donne si muovono indaffarati in vista del raccolto. In alcune piantagioni, invece, il lavoro è già stato portato a termine ed ora solo un fumo grigio si leva al cielo dalle sterpaglie che stanno bruciando… il suo odore dolciastro invade il pulmino mentre Daniel schiaccia sull’acceleratore e si lancia in arditi sorpassi a destra.
A poco a poco, la strada incomincia a salire, i tornanti si fanno più stretti e la sua guida diventa ancora più spericolata. Una fitta nebbia cala all’improvviso ingoiando ogni cosa davanti a noi… solo qualche rara ed inaspettata visione anima questo limbo quasi inviolabile: un cane solitario che si muove disorientato sul ciglio della strada, un arcobaleno di panni stesi in attesa di un filo d’aria o di un improbabile raggio di sole, rare case sparse in questo assoluto nulla in mezzo al quale si dipana la strada…
Una forte, fortissima malinconia attanaglia il cuore mentre i pensieri continuano ad essere rivolti in un’unica direzione: verso quella manciata di isole distanti ormai più di 1.000 km da noi.
Ma, così improvvisamente com’era scesa, ecco che la nebbia scompare, permettendo a Daniel di guidare più spedito ed ai nostri occhi di cercare nuovi panorami su cui viaggiare.
La luce delicata del tramonto tra le montagne si specchia in uno stagno mentre le ombre del Parque Nacional del Cajas si coricano aspettando le tenebre; questa però non sarà una notte tranquilla, animata solo dalla luce della luna, dal sibilo del vento e dal risveglio degli animali notturni: un denso fumo grigiastro che annebbia una piccola parte dell’orizzonte ci avverte infatti che un nemico veloce e ben armato sta cercando di sterminare alberi, arbusti e distese d’erba… se l’aria fredda che avvolge la valle gonfierà le sue ali, l’incendio sviluppatosi sulla collina impiegherà davvero poco tempo per soffocare il respiro di questo angolo del parco… fortunatamente i “bombeiros” sono già al lavoro per fermare l’avanzata delle fiamme; li scorgiamo a malapena mentre il buio scende intorno a noi e rende ancora più spietata la voracità del fuoco.
Cuenca è la terza città dell’Ecuador. Dall’alto di una collina, ci accoglie con un vestito da sera impeccabile, acceso da tanti lustrini, ma quando ci avviciniamo al suo cuore l’abbraccio delle sue vie percorse da un’infinità di taxi è così freddo da togliere il fiato.
Intirizziti, stanchi ed avvolti nei nostri abiti sgualciti dal lungo viaggio, ci sentiamo assolutamente fuori luogo quando, varcato un massiccio portone d’ingresso, raggiungiamo il patio dell’Hotel Santa Lucia, indimenticabile nella sua raffinata eleganza; qui, ceniamo a lume di candela prima di “svenire” su morbidi lettoni, cullati dal silenzio della notte.
Il mattino successivo, il risveglio porta con sé un incredibile cielo azzurro – dono dei 2.530 mt di altitudine – e… un fastidiosissimo mal di gola – sgradito souvenir del freddo patito ieri sera.
Gironzolando tra le vie del centro, mi accorgo ben presto che Cuenca delude le mie aspettative… assordata dal rumore del traffico e tempestata da troppi negozi di scarpe e di abbigliamento che soffocano senza pietà i bei palazzi coloniali, non riesce ad esercitare su di me il suo fascino di città dichiarata dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità: solo il Parque Central e la vicina piazzetta dove si svolge il mercato dei fiori sembrano regalarmi qualche bella sensazione.
È qui, all’ombra della Cattedrale, che si può scrutare la vita scorrere per alcuni frenetica e per altri troppo lenta: le comode panchine diventano un ottimo punto di osservazione mentre una musica malinconica si diffonde tutt’intorno e l’aria fa ondeggiare le alte fronde dei pini regalati dal Cile ed una splendida calla sbocciata da poco.
Venditori di biglietti della lotteria e lustrascarpe animano la piazza con un vociare confuso: un poliziotto osserva i loro visi nascosto dietro un paio di grosse lenti scure; probabilmente al suo sguardo attento non è sfuggito quell’uomo fermo accanto ad un’aiuola in attesa di qualcuno: ai suoi piedi è appoggiato un sacco di iuta all’interno del quale un gallo si lamenta con sonori chicchirichi!
Seguiamo il caleidoscopio di colori creato dai ponchos, dai gonnelloni e dai cappelli di tutte le anziane signore dirette al mercato dei fiori e in pochi passi raggiungiamo anche noi la piazzetta profumata dove rose, gladioli e calle scatenano le contrattazioni… ma quando lasciamo queste bancarelle, Cuenca ha già esaurito tutte le sue carte per conquistarmi.
Trascorriamo il resto della mattinata visitando alcune chiese, costeggiando il Barranco e curiosando all’interno di una fabbrica di cappelli panama, ma nulla di tutto questo riesce a scrollarmi di dosso quel senso di apatia che forse altro non è che il pedaggio da pagare quando ci si lascia alle spalle il proprio Paradiso…
Fortunatamente, subito dopo un ottimo pranzo a base di riso con i gamberetti – o forse sarebbe più appropriato dire “gamberetti con riso”! – ci rimettiamo in strada: meta del nostro viaggio sono le rovine incaiche di Ingapirca.
Mentre il pulmino arranca su tornanti stretti e ripidi, la sierra riempie a poco a poco il nostro campo visivo; semplice ma dotata di un’infinita ricchezza, vitale ma dal sapore immutato, è proprio come la sognavo… con i suoi bambini infagottati in caldi maglioni colorati, con le pecore, gli asini ed i maiali a pascolare nei prati, con i cani fermi in mezzo alla strada e le enormi agavi cariche di una bellezza così sobria eppure così raffinata, con le case trasformate in un libro aperto sulla storia di questi ultimi anni: qui, infatti, la campagna elettorale non è fatta di manifesti ma di scritte sui muri ed i colori più o meno sbiaditi sono indizio di un alcalde candidatosi qualche tempo fa o di un consejero in lizza per elezioni che si devono ancora svolgere…
Sono le 4.00 del pomeriggio quando arriviamo alle rovine. Dopo una rapida visita del piccolo museo, raggiungiamo il sito dove sorgono i resti di ciò che alcuni archeologi ritengono un tempio, altri una fortezza, altri ancora un tambo, ossia un luogo in cui sostavano i corridori che portavano i messaggi da Quito a Tomebamba.
La vallata che ci circonda è stupenda e gli appezzamenti coltivati in lontananza ricordano la vecchia coperta della nonna, un’accozzaglia di brandelli di stoffa dei più svariati colori cuciti alla rinfusa; ma chi ha visto il Machu Picchu, le rovine di Sacsayuaman, Pisac o Ollantaytambo, non può che rimanere deluso da Ingapirca: qui, infatti, non c’è nemmeno l’ombra dell’abilità tutta incaica di costruire mura tra le cui pietre non passa neanche la lama di un coltello; qui non ci sono fortezze inviolabili o città perdute… qui gli Incas si possono solo immaginare, magari osservando il profilo di una roccia e scorgendo la fronte, l’occhio ed il mento di un indomito Manco Capac o di un fiero Atahualpa, oppure chiudendo gli occhi ed ascoltando le voci, i sussurri ed i respiri del popolo del Sole trasportati dal vento gelido che si insinua sotto le giacche, fa lacrimare gli occhi e sembra sputarci in faccia ad uno ad uno tutti i 3.230 mt di altitudine…
Solo quando giungiamo nella posada dove passeremo la notte, il fuoco del caminetto ed una strana bevanda dal colore rossiccio – bollente ed alcolica – cancellano dai miei muscoli anche il più ostinato residuo di freddo… il mal di gola, invece, sembra ben deciso a non abbandonarmi e la mattina seguente, come se non bastasse, trova il suo degno compagno in un brusco calo di pressione che mi fa rischiare lo svenimento… per fortuna, a tirarmi su il morale ci pensa il cielo: il suo azzurro splendente farebbe sorridere chiunque!
Impieghiamo circa due ore per raggiungere Alausì… nient’altro che un gruppo di case strette strette attorno alla stazione e all’enorme statua di un qualche santo che attende i turisti a braccia aperte… molti sono infatti i viaggiatori che si recano qui.
L’attrazione per loro è una sola e passa di qui tre volte a settimana.
Un forte sferragliare annuncia l’arrivo del “tren”, animando tutt’a un tratto la stazione con le corse e gli affanni dei passeggeri decisi ad accaparrarsi il posto migliore… sul tetto! Già, perché solo da lassù si può mettere a dura prova il proprio cuore quando il convoglio inizia la sua folle discesa di 1.000 mt tra gli stretti tornanti ed i profondi precipizi della Nariz del Diablo!
Naturalmente, noi non vogliamo negarci questa emozione e così, mentre io decido di investire 1 $ per l’affitto di un cuscino che si rivelerà provvidenziale per salvare la mia schiena ancora molto provata dalla cavalcata sul Volcan Sierra Negra, Fabio si occupa dell’acquisto dei biglietti. Quando esce dalla stazione, risponde con una risata alla mia domanda riguardante l’orario di partenza. “Qui siamo in Sudamerica!” – dice – “Il treno potrebbe passare tra dieci minuti, un’ora oppure due!!!”.
Fortunatamente, però, non dobbiamo aspettare molto prima di vedere una malandata locomotiva sbucare tra le case.
Fabio non sale con noi, ma prima di salutarci e di darci appuntamento tra due ore ci lascia un prezioso consiglio: sedendoci sul lato destro godremo di un panorama da brivido!
E così sarà per davvero: mentre le nostre gambe penzolano nel vuoto, il treno scende verso Sibambe viaggiando su binari che paiono quasi curiosi di sbirciare oltre i fianchi scoscesi ed i vertiginosi dirupi di questa vallata; la velocità aumenta quando superiamo un ponte dall’aspetto alquanto instabile ed il grido che sale involontario alle nostre labbra non può che far sorridere i controllori ed i venditori di acqua o di frutta secca che si muovono agili in mezzo al groviglio umano assiepato qui sopra… gente di ogni nazionalità, di ogni lingua e di ogni estrazione sociale: ragazzi americani coricati su zaini grossi quanto loro, un’agguerrita signora cilena che cerca di non farsi rubare il posto dai “soliti” turisti italiani (!), tedeschi con le immancabili lattine di birra e l’immancabile scottatura, eleganti signori inglesi impegnati a tenere ben stretti sulle loro teste i cappelli che l’aria vorrebbe portare chissà dove…
Tutt’attorno, la collina è brulla, assetata: solo qualche raro sprazzo di verde illumina la monocromia del terreno bruciato dal sole. Le spine appuntite di un cactus cresciuto tra le rocce custodiscono come fosse un prezioso tesoro il brillio rosseggiante dei petali di un fiore, mentre il torrente che scorre laggiù in fondo, grigio e polveroso, sembra attraversare la valle tutta d’un fiato, deciso a non lasciare dietro di sé un’impronta del suo passaggio.
Della vecchia stazione un tempo vitale e chiassosa non rimane che uno scheletro. Non c’è traccia del tetto e le finestre sembrano occhi sbarrati ed impotenti di fronte all’incuria che sta assalendo i muri. La sfioriamo fermandoci poco oltre e quando volgiamo lo sguardo dietro di noi il Naso del Diavolo è lì, sfacciatamente rivolto verso il cielo.
Profonde rughe lo percorrono disegnando luci ed ombre: sono i crepacci ed i precipizi scavati dal vento che da tempo immemore percuote questa valle; sono i sentieri creati dagli uomini ed i binari posati più di un secolo fa… gli stessi binari sui quali abbiamo appena viaggiato e che ora percorreremo ancora una volta.
La nostra lenta risalita, però, è animata da un imprevisto… è un rumore stridulo, una nota stonata seguita da qualche secondo di assoluto silenzio ad annunciarci che… il treno è deragliato!
Scendiamo dal tetto per verificare la situazione e notiamo che macchinisti e controllori sono già al lavoro… probabilmente episodi come questi sono quasi all’ordine del giorno ed ormai la loro tattica – piuttosto curiosa – per risolvere il problema è ben rodata: allineate alcune pietre accanto alla ruota deragliata, si servono di un fascio di erba per farla scivolare sopra ad esse e riportarla così sui binari!
Davvero ingegnoso, non c’è che dire…
… In attesa che il suo amico ci porti la sopa, Fabio ascolta paziente il resoconto della nostra avventura, anche se nel corso degli anni avrà sentito altre mille voci raccontare episodi simili.
Abbiamo scelto un ristorante piccolo e dall’atmosfera assolutamente familiare per pranzare prima di rimetterci in strada. I gestori – marito e moglie – chiacchierano volentieri con noi, unici ospiti di questa giornata, rispondendo alle domande curiose di Fabio e, quando giunge il momento di andarcene, ci accompagnano fin sulla soglia, stringendoci forte la mano ed augurandoci un buon viaggio.
La strada che porta a Riobamba è lunga ed impegnativa per Daniel, che si concentra sulla guida estraniandosi dai nostri discorsi più o meno seri.
Viaggiamo per due ore o forse più prima di concederci una breve sosta: poco dopo aver superato la laguna di Colta, la cui tranquilla atmosfera è movimentata dal lavoro degli uomini intenti a raccogliere alte canne di totora, ci fermiamo davanti alla piccola cappella di La Balbanera, costruita sul sito della chiesa più antica di tutto l’Ecuador. Il suo interno è però freddo, tetro e spoglio e mi spinge ben presto ad uscire per godere della calda luce del sole che sta illuminando questa giornata, questa piccola piazza ed il camion stracolmo di verdura che sta accostando a pochi metri dal nostro pulmino.
Lassù a nord l’enorme mole del Chimborazo riempie l’orizzonte annunciandoci che Riobamba è ormai vicina; decidiamo così di rimetterci subito in viaggio seguiti dallo sguardo curioso di un cane accucciato accanto al suo padrone sulla soglia di una piccola bottega.
Dopo aver percorso pochi chilometri – costellati da molte buche! – un insolito monumento cattura la nostra attenzione… ormai è da qualche giorno che vaghiamo per le strade dell’Ecuador ed abbiamo già incontrato parecchi omaggi alla vita quotidiana ed alla ricchezza di questa terra: abbiamo visto – scolpiti nella pietra o nel legno – suonatori di zufoli e flauti di Pan, pinguini sorridenti e leoni marini giocherelloni, grassi buoi intenti a trascinare pesanti aratri e gli immancabili campesiños con gli altrettanto immancabili lama… ora è il momento di un invitante piatto di verdura su cui campeggiano un rapanello, una carota ed un pomodoro! Un cane bianco e nero si è addormentato all’ombra di questa scultura, del tutto indifferente alle urla dei bambini che stanno correndo sull’altro lato della strada…
Arrivati a Riobamba, il traffico ci aggredisce, rumoroso e caotico: per fortuna, il nostro hotel si trova in periferia, lontano dagli ingorghi, dal suono dei clacson e dall’odore di gas di scarico.
Mentre aspettiamo che un attento receptionist controlli i nostri documenti, Fabio ci racconta che in lingua locale Abraspungo significa “porte aperte”… sentendo queste parole, non possiamo fare a meno di sorridere: la guardia armata incontrata all’ingresso, infatti, sembrava di tutt’altro parere!
Le camere qui portano i nomi stravaganti, ed a volte impronunciabili, dei tanti vulcani che costellano il Paese: dalla nostra – dedicata agli Illinizas – la vista sul Chimborazo è davvero incredibile.
Maestoso e quasi inespugnabile, questo gigante riempie l’anima e lascia senza fiato anche il più insensibile dei cuori.
Neppure Simon Bolivar rimase indifferente al suo richiamo: con tutte le sue forze provò a scalarlo e a domare il freddo, i dirupi e l’aria sempre più rarefatta ma la linea delle nevi si rivelò implacabile e lo spinse a desistere e a tornare sui suoi passi.
Era il luglio del 1822. Tornato a Riobamba, ospite di una splendida casa coloniale non lontana dalla Cattedrale, il Libertador dell’America Latina decise di trasferire su carta le sue emozioni e di dedicare alla montagna che non era riuscito a conquistare, al vulcano dinanzi al quale aveva dovuto chinare la testa, un poema epico.
Il titolo non poteva essere che uno: “Mi delirio sobre el Chimborazo”…
Oggi che il traffico assordante e l’avanzata di grigi palazzoni hanno cancellato un po’ del suo antico fascino, la casa dov’egli ha soggiornato è diventata un famoso ristorante…
E il suo nome non può essere che uno…
… Fabio sembra conoscere tutti anche qui, al “Delirio”, dove decidiamo di fermarci per la cena… chiacchiera e scherza con i camerieri mentre torniamo finalmente a respirare un po’ di quella tranquillità persa tra le vie del centro, così appiccicose di smog da oscurare il cielo al tramonto ed i sorrisi dei bambini…
Gironzolando per Riobamba, solo un’immagine è riuscita a strapparmi un sorriso: uno strampalato giocoliere che approfittava di un semaforo rosso per ravvivare la monotonia di un incrocio con la sua fantasia ed il suo arcobaleno creato con palline e birilli; per il resto, questa città mi è sembrata un perfetto mix di caos e frenesia, rumori troppo assordanti e luci troppo violente, vie e piazze soffocate dall’impazienza di crescere, svilupparsi ed ingrandirsi a tutti i costi.
Usciamo dal ristorante quando è ormai calata la notte con il suo nero lenzuolo buono per coprire brutture e difetti.
Sono da poco passate le nove, ma gli occhi arrossati di Daniel rivelano una muta preghiera: tornare in hotel.
Lo assecondiamo volentieri: siamo stanchi anche noi.
Stanchi della confusione e delle urla…
Stanchi della puzza di gas di scarico mista all’odore di polvere, di catrame e di chissà cos’altro…
Stanchi delle città, in questo nostro viaggio nient’altro che tappe obbligate per raggiungere incredibili meraviglie che nulla hanno a che vedere con la mano dell’uomo.
A tre giorni dal nostro addio alle Galapagos, sappiamo infatti che c’è un altro luogo dove poter riscoprire il silenzio ed il profumo dell’aria pulita… e domani lo conquisteremo a poco a poco, assaporando ogni metro, ogni minuto ed ogni lento battito del cuore ed ammirando l’incredibile talento di quell’artista che è stata capace di donare la vita ed il respiro alla terra su cui muoveremo i nostri passi.
In ogni angolo del mondo quest’artista ha posato la sua mano ed in ogni angolo del mondo gli uomini hanno coniato i nomi più bizzarri per rendere omaggio alla sua creatività…
… qui, sulle Ande, dove i campesiños le offrono mais, foglie di coca e sorsate di chicha, il sudore delle loro schiene e le corse dei loro bambini, dove il vento supera picchi innevati e vulcani dagli istinti non ancora sopiti pur di diffondere la sua voce, da secoli viene chiamata in un solo modo.
Chiunque abbia viaggiato nelle terre che furono degli Incas non può dimenticare questo nome e la luce che brilla negli occhi delle persone che lo pronunciano.
È la Pachamama…
Mentre il pulmino procede spedito su una strada finalmente sgombra dalle auto, ripenso alla prima volta che l’ho sentita nominare… il cielo era di un blu incredibile quel giorno ed il sole sembrava brillare come mai aveva fatto dall’inizio del viaggio… solo noi ci aggiravamo sulla collina di Sillustani… le parole di Clever volavano alte, come quello sparviero solitario, per poi ricadere ad una ad una nel mio cuore e lì trovare un caldo rifugio… i riflessi argentati del Lago Umayo tradivano le strane energie custodite dalle sue acque e chiudendo gli occhi era così facile sentire nel vento i sussurri degli antichi Colla ed il respiro della Madre Terra che agitava gli steli d’erba infreddoliti ed i nostri capelli arruffati…
Per tutti i giorni della mia vita ricorderò quella manciata di ore passate tra le eterne chullpas di Sillustani…
Le voci dei miei compagni di viaggio mi risvegliano da questi pensieri quando Daniel parcheggia il pulmino all’ingresso dell’hotel…
Poche stelle accendono una notte che, ai piedi del Chimborazo, scorre veloce e silenziosa; il vecchio gigante veglia sui nostri sogni, muto ormai da decenni.
Al risveglio, lasciare Riobamba è semplice… mentre la città scivola pian piano alle nostre spalle, inghiottita dalla strada, decidiamo infatti che questo addio non merita le poche scorte di nostalgia che ancora ci rimangono… quelle le lasceremo ad altre fiori, altre nuvole ed altri sguardi…
Una splendida mattinata di sole ci ha dato il buongiorno oggi entrando di soppiatto nella stanza attraverso le pieghe delle tende. Ora illumina la via dinanzi a noi e gli occhi di Daniel, finalmente riposati e pronti per affrontare un’altra giornata fitta di chilometri, tornanti, salite e discese…
Tutt’attorno, l’aria è leggera e frizzante; accarezza prati e campi e rinfresca i visi di coloro che incontriamo lungo il cammino: una donna che porta al guinzaglio due grassi maiali neri, alcuni uomini chini a strappare le erbacce cresciute sul ciglio della strada e naturalmente gli immancabili niños dal timido sorriso e dagli occhi luminosi come il cielo di quest’oggi, raggiante nel suo vestito azzurro totalmente privo di nubi.
Il Chimborazo appare e scompare alla nostra vista, assecondando le curve di questa strada che ci porterà verso un nuovo Paradiso, verso il luogo dove torneremo a respirare pace ed armonia e dove potrò sentire ancora una volta il cuore della Pachamama che palpita incessante, forte ed orgoglioso.
Il motore soffre arrancando sulla strada ripida; l’ascesa, lenta e difficoltosa, sembra prendersi gioco del nostro respiro un po’ affannato e della nostra fame di cielo e di aria; ma oltre i vetri impolverati del pulmino distese brulle battute dal vento e bruciate dal sole ed i balzi di timide vigogne spaventate ci suggeriscono che non manca molto al momento in cui lo stanco motore smetterà finalmente di urlare la sua fatica.
Ad un tratto, due uomini infreddoliti fanno capolino da un container apparentemente abbandonato sul ciglio della strada, in mezzo ad un’infinita distesa di massi ricoperti di yareta; il gelido respiro del Chimborazo che piega le schiene punteggiate di fiori arancioni degli arbusti capaci di sopravvivere quassù si insinua sotto le loro giacche e nei loro occhi lucidi mentre paghiamo i 10 $ necessari per varcare la soglia del parco.
Dopo pochi tornanti, la strada termina in un piccolo spiazzo. Scendiamo dal pulmino col cuore che batte all’impazzata, come emozionato all’idea di trovarsi a 4.800 metri, ma pochi passi sono sufficienti per prendere confidenza con quest’aria così pura, che sembra quasi ubriacare, e per spronarci a salire ancora… questa volta, però, facendo affidamento solo sulle nostre forze.
Il rifugio Edward Whymper si trova a 5.000 metri: lassù il freddo sarà ancora più intenso e l’ossigeno ancora più scarso, ma la curiosità e la voglia di mettersi alla prova vincono ancora una volta.
Un respiro, due passi, uno sguardo intorno….
Un respiro, due passi, uno sguardo intorno…
È così che decido di salire: con calma.
Perché solo la calma sa accendere le rocce di riflessi incantati e scomporre la neve in mille sfumature di bianco.
Perché solo la calma riesce a creare quella foschia che rende ancor più eterea, magica ed inavvicinabile la Cordigliera che ci circonda…
Giunti al rifugio, il ghiacciaio che incombe su di noi sembra circondato da un alone di eternità e di immortalità impossibile da violare; tuttavia, questa è solo un’apparenza: Fabio ci racconta infatti che ad ogni sua nuova visita il cappello del vecchio gigante si fa più piccolo e vulnerabile e che le lacrime di ghiaccio scorrono sempre più copiose.
Oggi anche noi le vediamo nascere lassù, a un passo dagli dei, per scivolare poi lungo i dirupi che venti e piogge hanno scolpito con le loro millenarie scorribande e morire tra rocce la cui anima è stata forgiata dal fuoco.
Il Chimborazo piange, ferito e tradito… ferito dalla stupidità di uomini convinti che questo Pianeta possa sopportare ogni genere di devastazione e tradito dal sole, il fedele amico un tempo pronto a scaldarlo con raggi morbidi e delicati ora divenuto inspiegabilmente un nemico feroce, subdolo e pericoloso…
Ma una giornata come quella di oggi non può essere sorta solo per lasciare spazio a pensieri funesti; ben altri sono i doni del vecchio gigante: il gusto quasi inebriante dell’aria, l’incredibile tenacia di alcuni fiorellini avvinghiati alle rocce e naturalmente il nostro sorriso soddisfatto, immortalato a 5.000 metri di quota!
Prima di fare ritorno al pulmino, lanciamo un ultimo sguardo al ghiacciaio e a quei tre puntini lontani che si muovono in cordata, soffocando un pizzico di invidia per il loro coraggio… e anche per il panorama di cui godranno da lassù!
Il motore tossicchia mentre Daniel accantona le emozioni della salita al rifugio per concentrarsi nuovamente sulla guida.
Lungo la strada stretta stretta che ci troviamo a percorrere, così vicina alle nuvole da poterle quasi sfiorare, un unico cartello stradale mostra la ruggine lasciatagli dalle intemperie e dalle tante stagioni passate… è un semplicissimo “Guidate con prudenza. Attraversamento vigogne”. I pochi esemplari che abbiamo la fortuna di scorgere, tuttavia, si rivelano molto più veloci del nostro pulmino fiaccato dall’alta quota e fuggono con grandi balzi non appena il rumore del motore ferisce le loro piccole orecchie a punta.
Nuvole di panna nascondono in un attimo il Chimborazo mentre la polvere, le pietre avvolte di yareta e gli arbusti in continua lotta con il vento lasciano il posto a verdi vallate distese al sole dove uomini e cavalli, mucche e pecore sembrano sospesi in un’atmosfera la cui semplicità appare disarmante sotto la calda luce del mezzogiorno.
Osservando il verde brillante della sierra sembra quasi di scorgere la Pachamama intenta a strizzare l’occhio, come a voler imitare quei due bambini seduti su un muretto che alzano la mano per salutarci quando Daniel rallenta per superare una delle tante buche che costellano la strada… dopo pochi chilometri, però, questo senso di pace e di spensieratezza è già un ricordo.
Ambato, con le sue vie prese d’assalto da un’infinità di coloratissimi banchetti di frutta tra i quali risulta davvero difficile muoversi (e davvero facile perdersi!), e Pelileo, vestita di jeans dalla prima all’ultima bottega, cancellano in un batter d’occhio l’incanto di Madre Natura, ma tengono in serbo per noi una sorpresa: quell’ammasso grigiastro che staziona sul vulcano Tungurahua, infatti, non è una semplice nuvola sospinta dal vento ed ora imprigionata lassù, a 5.016 mt di altezza… è una colonna di fumo!
Di fronte a questo spettacolo, Fabio non si lascia certo sfuggire l’occasione per intimidirci annunciando una notte funestata da scosse ed eruzioni, ma ormai la sua fantasia davvero sconfinata non ci spaventa più e così archiviamo le sue parole con un sorriso, ammiccando ad un inaspettato “Buen viaje” scritto su un muro a lato della strada.
Tuttavia, quando giungiamo al termine della stretta gola scavata dal Rio Pastaza, i nostri occhi non possono fare a meno di rivolgersi a lui un po’ stupiti – e lui sembra proprio non poter fare a meno di sorridere sornione e di continuare a ripetere “Che cosa vi avevo detto?” – mentre con la sua macchina fotografica ci ritrae accanto ad un cartello che spunta tra le erbacce, sul quale la Municipalità di Baños ha pensato bene di lasciare otto parole tutt’altro che rassicuranti… “Ante la emergencia volcanica ZONA DE ALTO RIESGO”!
Una foto così è proprio quella che ci vuole per i suoi prossimi depliant, dice… ha già pronto anche lo slogan: “Con Tonelli, viaggi sicuri!”
Sorridiamo di fronte all’obiettivo, pensando che è dal lontano 1999 che il vulcano “sbuffa” e che non inizierà proprio oggi a brontolare più del solito, ma le nostre dita, debitamente incrociate, sono ben nascoste dietro le schiene, lungi dall’essere immortalate!
Solo quando ci rimettiamo in strada, uno strano monumento raffigurante un enorme ramo su cui sono appollaiati un pappagallo ed un tucano distoglie i nostri pensieri da questo messaggio infausto, catapultandoci senza indugi nell’atmosfera allegra ed originale di Baños, la nostra porta verso “l’Oriente”, che raggiungiamo dopo pochi minuti.
Il nostro ingresso in città è salutato da un cielo coperto di nubi… ma un po’ di grigia umidità non ci spaventa: subito dopo il pranzo, infatti, il vento cancella questa parentesi “scolorita” ed il sole torna ad illuminare i due campanili della cattedrale e la piazza su cui si coricano le loro ombre.
È proprio da qui che decidiamo di cominciare la nostra visita al luogo reso famoso dai tanti miracoli compiuti da Nuestra Señora de Agua Santa, dove scorrono acque capaci di curare ogni male.
Lasciati all’esterno i rumori e la frenesia, varchiamo la soglia della basilica ed osservando i dipinti alle pareti voltiamo a poco a poco le pagine di un libro fitto di vite, voci e sorrisi salvati da una fede incrollabile nella Santa che più volte ha steso le sue mani sulla città.
Illuminate dal sole che filtra attraverso le alte vetrate, si dipanano le storie di Francisco Guevara, sfuggito ad un fiume di lava per merito di un albero dai rami resistenti e di una preghiera rivolta alla Santa, oppure di Manuel Garzon, la cui casa resistette all’incendio di Guayaquil dell’ottobre del 1896 perché sulla porta un’immagine di Nuestra Señora de Agua Santa riuscì a fermare le fiamme, o ancora di Paulino Gavilanes, salvatosi dal crollo di un ponte alto 70 mt grazie all’aiuto di una mano misteriosa che lo prese per l’orecchio… e poi non possono mancare mani paralizzate nuovamente capaci di stringere, toccare e salutare, cadute da cavallo da cui rialzarsi senza un graffio e tanti altri incidenti dal finale scontato ai quali però è bello lasciare un po’ del proprio tempo.
Fuori dalla basilica, sacro e profano si mescolano sui banchetti che soffocano la via: immagini di santi e taniche per raccogliere l’acqua miracolosa attorno alla quale si accalca una folla di credenti cercano di sopravvivere all’invasione di bracciali, collane, borse e cappelli, mentre il vento che ha spazzato via le nuvole e regalato un cielo carico di azzurro ai nostri occhi si diverte ad infilarsi tra la miriade di palloncini colorati che, su un lato della piazza, attira gli sguardi sognanti dei bambini.
Il tempo scorre veloce camminando senza fretta e senza orari da rispettare tra botteghe dai cui scaffali spunta ogni genere di souvenir, ristorantini pronti a servire “parillada” ad ogni ora del giorno e della notte ed agenzie di viaggio disposte a regalare giornate dalle forti emozioni a chiunque sia attratto dalle pendici di un vulcano o dall’intrico della foresta.
E così per noi Baños è un pomeriggio spensierato, illuminato dai colori degli oggettini in balsa che riempiono le bancarelle, dal vociare di turisti di ogni nazionalità che passeggiano senza una meta e dalla musica di un gruppo di indiani assolutamente fuori luogo alle porte dell’Amazzonia ma infinitamente bravi nel destreggiarsi tra flauti e tamburi.
Baños è un murales sul quale un tucano, un tapiro, una farfalla ed un serpente invitano chiunque passi al loro cospetto ad avere rispetto per la natura, rivolgendo un pensiero al futuro ed ai propri figli; è un micino nato da pochi giorni che si ripara dai latrati di un cane nascondendosi tra i vasi in terracotta ordinatamente disposti nella vetrina del negozio della padrona.
Baños è una donna che allatta il proprio figlio appoggiata ad un muretto, è il mercato della canna da zucchero, è l’allegria di tre splendide bambine che giocano rincorrendo un pulcino sul marciapiede…
Le incontriamo quasi per caso lungo la strada che conduce al nostro hotel quando la notte sta calando sulla foresta, sul vulcano e sulla città dalle acque miracolose… La piccola lanterna appesa al soffitto fa fatica ad illuminare la bottega della loro mamma, dove tappeti dai mille colori sono accatastati alla rinfusa in attesa di un compratore, ma durante i pochi istanti che trascorriamo lì dentro la luce di quei sorrisi così incredibili sembra rischiarare ogni cosa… Difficile dimenticare questa immagine, una delle più vive che ho di Baños…
Arrivati finalmente in hotel, passando accanto alla cucina scorgiamo Fabio intento a destreggiarsi tra i fornelli… dei cinque pacchi di spaghetti portati dall’Italia seguendo il suo consiglio solo uno è sopravvissuto alla cena su Isabela ed un ottimo sugo al tonno e pomodoro è proprio quello che ci vuole per spezzare la monotonia delle sopas.
Concludiamo il nostro sabato di relax con un’altra passeggiata in centro ed un giretto su un trenino turistico la cui scia di musica anni ’80 sembra proprio non piacere al randagio nero coricato sul marciapiede poco oltre la piazza… il suo abbaiare isterico è infatti un chiaro segno di disappunto!
La sveglia non ci accorda un attimo di tregua neppure alla domenica: le lancette segnano le 7.00 quando il suo trillo rompe il silenzio della camera spronandoci ad abbandonare l’abbraccio delle lenzuola.
Per fortuna un buon caffè risveglia in un istante i nostri sensi appannati preparandoli ad una giornata in cui avranno davvero un bel daffare. Tutti e cinque, nessuno escluso, assaporeranno l’atmosfera della piccola parte di Oriente che oggi esploreremo.
Gli occhi spazieranno su un infinito oceano verde, geloso custode di preziose orchidee e frutti dolci e succosi; voleranno nel cielo grigio e basso implorandolo di tenere al sicuro tra le nubi il suo carico di pioggia e planeranno sulle acque del Rio Pastaza, artefici del paesaggio che accoglierà i nostri passi. Le mani accarezzeranno foglie enormi e piccoli boccioli di fiori sconosciuti; il profumo di terra e di aria carica di umidità respireremo camminando su sentieri soffocati dalle fronde mentre il sapore della limonata preparata da Willy indugerà sulla nostra lingua. Immersi nel “nostro” Oriente, ci meraviglieremo di fronte all’abbraccio silenzioso di alberi secolari; ascolteremo con un sorriso le frasi comprese solo a metà pronunciate dalle genti incontrate lungo il cammino e in un solo attimo dimenticheremo silenzi e bisbiglii, frasi smozzicate e risate sguaiate… in quell’attimo il fragore del Paillon del Diablo cancellerà ogni altro suono…
Non sappiamo ancora che tutte queste sensazioni ci stanno aspettando quando saliamo sul pulmino e puntiamo verso est, ma di una cosa siamo certi: la prima emozione della giornata ce la regalerà il Manto della Novia; la cascata, infatti, è davvero bella… semplice e delicata come si addice ad un candido velo da sposa, cattura i nostri sguardi mentre attraversiamo il fiume incrociando le dita e pregando che la teleferica sulla quale siamo saliti – nient’altro che un traballante cestino sospeso nel vuoto – non ci giochi brutti scherzi!
Per fortuna, raggiungiamo l’altra riva incolumi e… pronti per un’altra emozione.
Un cane stanco dorme all’ombra di un grosso albero ed alcuni polli razzolano nel cortile quando una vecchina dai capelli grigi e dalla pelle coperta di rughe ci accompagna sciabattando nell’antro segreto dove custodisce il suo tesoro.
L’orchideario è piccolo, i vasi sono ammassati l’uno sull’altro e poche varietà sono fiorite in questa stagione, ma l’odore di terra e di umidità che ci prende alla gola ha un sapore antico, quasi primordiale.
Qui le orchidee hanno nomi strani e forme ancora più originali. Niños, dracula, tigri e spose sbucano tra il cupo verde delle foglie impreziosite da luminescenti goccioline di rugiada ed accendono il sorriso e la parlantina della “padrona di casa” e la luce dei nostri flash, affamati di colori carichi di magia.
Ma alle porte dell’Oriente, questi fiori che profumano di mistero non crescono solamente nella serra di una simpatica signora che, dopo averci salutato, si avvia di nuovo verso casa, sempre sciabattando, seguita dallo sguardo fedele del suo cane troppo stanco… sbocciano ovunque, sul ciglio della strada: accanto ai banchetti di frutta colorata ed ai cartelli che guidano i turisti verso le zone del fiume dove è possibile praticare rafting o pesca sportiva, appena fuori dalle buie e strette gallerie alle quali i nostri cuori cedono qualche battito di troppo o all’ombra di una bouganville rosso fuoco tenacemente abbarbicata ad un muro di pietre. Spingendosi ancora oltre, quasi ai confini con il Perù, le orchidee possono sbocciare anche in una fabbrica se il legno di balsa, leggero come polistirolo, viene maneggiato da mani esperte… mani capaci di dar vita con poche pennellate di colore a fenicotteri e pesci, pappagalli e tartarughe, tucani e farfalle…
Solo lungo il sentiero che ci conduce al Paillon del Diablo non scorgiamo fiori: qui gli alberi sono troppo alti per permettere ai raggi del sole di cullare i loro petali… attraverso il sipario fatto di foglie e rami che sembra essere calato intorno a noi, risulta difficile persino scorgere il cielo o il fiume arrabbiato sul quale si getta un traballante ponte thailandese che percorriamo mentre il rombo dell’acqua trascina con sé le nostre parole e lo scricchiolio delle assi in legno!
Per il pranzo, ritorniamo a Baños: una buona parillada è proprio quello che ci vuole prima di intraprendere il lungo cammino che ci porterà a Tigua… Non ricordo molto delle sei ore passate in pullman per raggiungere l’incantevole posada di Marco e Margherita, ma indimenticabili rimarranno sicuramente le vie di Ambato tra le quali sembrava davvero impossibile orientarsi, quei bambini stretti stretti nel cassone di un pick-up che hanno continuato a sorridere e a salutarci anche quando un violento temporale è scoppiato all’improvviso ed ha prontamente inzuppato la cerata con la quale cercavano di coprirsi e quella mucca solitaria che vagava nella piazza di un paesino sconosciuto mentre un magico tramonto rosa e oro stava incorniciando la chiesa con il suo campanile.
Quando la strada comincia ad inerpicarsi verso il cielo, un lenzuolo nero scende a coprire la sierra: solo poche stelle sbirciano lassù, oltre le nuvole… osservano il nostro incedere lento tra questi tornanti troppo stretti, i fari che bucano la notte scura, orfana della luna, ed i miei pensieri che volano oltre il finestrino, ad immaginare prati, capanne ed alberi di cui si distinguono a malapena i profili.
Giunti alla posada, Margherita ci accoglie con un abbraccio ed un sorriso: nelle sue parole non c’è più traccia della preoccupazione che ci confessa di aver avuto a causa del nostro ritardo. Senza perdere tempo, ci invita a seguirla oltre la soglia d’ingresso: all’interno, il tepore della stufa ci avvolge, così intimo che sembra quasi di poterlo toccare.
Anche Marco è tutto un sorriso quando emerge dalla cucina seguito da una nuvola di canelazo; stringendoci la mano, ce ne offre un bicchierino, per riprenderci dal viaggio, in attesa della cena che si sta scaldando. E così, in questa posada persa tra le nuvole a più di 3.000 mt di quota, scopriamo un altro modo di brindare… dopo il “chupaloco” delle Galapagos è ora tempo di una nuova formula – “Arriba, a baja, al centro, a dentro!” – da pronunciare rigorosamente portando il bicchiere prima in alto, poi in basso e verso gli altri compagni di “bevuta” ed infine verso il proprio cuore!
Seduti intorno al tavolo, chiacchieriamo fino a tardi mentre la legna continua ad ardere nella stufa e storie di avvenimenti passati riaffiorano nei ricordi di Marco e Margherita. Con noi, ci sono solo altre due ragazzi: un ingegnere tedesco che ha deciso di passare un po’ di tempo in Ecuador per imparare lo spagnolo e la sua guida… naturalmente anche loro sembrano apprezzare il canelazo ed i discorsi più o meno seri che un bicchierino in più può alimentare…
Qualche ora dopo, distesa nel mio letto al buio, circondata da un silenzio quasi irreale, mi ritrovo a pensare a quanto sarà difficile dimenticare questa serata così semplice eppure così carica di tutto ciò che può servire per essere sereni…
Al mattino, ci svegliano lo starnazzare delle oche ed il razzolare delle galline.
In una sala che ancora profuma di cannella, mangiamo yogurt fresco e beviamo latte appena munto prima di accompagnare Marco e Margherita nella stalla dove lama, mucche, pecore ma soprattutto un vitello nato da pochi giorni reclamano le loro attenzioni. Due simpatici cagnolini studiano incuriositi ogni nostro passo seguiti dallo sguardo attento della mamma.
Purtroppo però Daniel sta già scaldando il motore del pullman: ci rimane solo più il tempo per una foto e per scrivere un pensiero sul quaderno degli ospiti.
Salutiamo Marco e Margherita serbando nei nostri ricordi la loro vitalità e la loro dolcezza e, lasciandoci alle spalle la posada, puntiamo verso la Laguna di Quilotoa, sotto un cielo pennellato di blu e percorso da qualche nuvola senza una meta precisa… un cielo “andino” a tutti gli effetti, sotto il quale la sierra riesce finalmente a mostrarci il suo volto… anzi, i suoi mille volti…
Quello di una vecchia seduta sul ciglio di una strada ad aspettare chissà chi o cosa.
Quello di una ragazza che lava in un catino e stende i propri panni sull’erba.
Quelli sorridenti di alcuni bimbi che corrono verso la scuola.
E poi il profilo di qualche raro albero, l’eleganza delle agavi e l’esplosione di spine dei cactus…
E ancora il vagabondare dei cani, il frullio d’ali degli uccellini e gli immancabili lama…
La sierra è tutto questo… mille volti ed altrettante sfumature che sfilano silenziose e quasi schive dinanzi ai nostri occhi mentre Daniel percorre infaticabile l’unica strada sterrata che taglia campi e prati portandoci in poco tempo alla nostra meta.
Forse non potevamo immaginare una giornata migliore per vedere la Laguna di Quilotoa…
Il sole non riesce a cancellare del tutto il freddo pungente portato dal vento, ma i riflessi che crea sull’acqua racchiusa nel cratere riscalderebbero anche l’animo più imperturbabile. Le nuvole che si muovono veloci in cielo sembrano dar vita al lago riflettendosi in esso; le osserviamo per qualche minuto, mentre accanto a noi alcune donne indaffarate dispongono sui loro banchetti improvvisati i “soliti” guanti, cappellini e sciarpe e gli “insoliti” – almeno per i nostri occhi – quadretti naif su cui uomini e lama si muovono tra montagne ricoperte di neve o su prati cosparsi di fiori, osservati da cieli dei più svariati colori.
Tre mute sentinelle bucano l’orizzonte laggiù in lontananza, interrompendo la linea imprecisa della Cordigliera; la lava e il ghiaccio hanno scolpito quelle vette aguzze che la neve non è riuscita a smussare ed il vento non ha potuto piegare… oggi, neppure le nubi sembrano averla vinta sul Cotopaxi e sulle cime gemelle degli Illinizas che a poco a poco perdiamo di vista quando ci incamminiamo verso il lago rischiando più volte di cadere visto che preferiamo guardare i suoi splendidi colori piuttosto che il sentiero un po’ impervio ricavato tra le rocce!
Per fortuna, è sufficiente una discesa di circa 400 mt per ammirare da vicino le incredibili sfumature verdastre dell’acqua e per godere di questo luogo incantato dove il silenzio porta con sé un lieve odore di zolfo.
Un cane è giunto fin quaggiù, scodinzolando al seguito dei muli in groppa ai quali tra poco risaliremo il sentiero; ora gioca con noi, felice di sguazzare nella laguna alla ricerca di un pezzetto di legno che, dopo ogni tiro, riporta diligentemente ai nostri piedi; ma qualcun altro, oltre a questo simpatico cucciolone, ha deciso di testare le qualità dell’acqua sulfurea… e naturalmente non poteva essere che lui… l’ingegnere tedesco!!! Su una pietra non molto distante da noi, rigorosamente all’asciutto, la sua guida sembra avvolgersi ancora di più nel pile mentre osserva lo strano compagno di viaggio che gli è capitato…
Quando saliamo sui muli, il cane abbandona il suo gioco per accompagnare la nostra marcia silenziosa, ma lungo il cammino i suoi occhi speranzosi sembrano quasi supplicarci ogni volta che ci imbattiamo in un pezzetto di legno…
Lasciamo a malincuore la Laguna di Quilotoa, i suoi colori e la sua gente… mentre il pulmino si muove agile riempiendosi di polvere su questa strada sterrata, una grande malinconia afferra il mio cuore: a suscitarla non sono solo i panorami incontaminati che stiamo attraversando o le immagini rubate alla quotidianità di queste terre e di queste persone. È un pensiero ormai sempre più assillante a rendermi già un po’ triste… il pensiero che tra due giorni un aereo si solleverà dalla pista di Quito e mi porterà lontano da questo Paese incredibile…
Fortunatamente, le ultime immagini della sierra sono luminose e vivide, così come le serberò nei miei ricordi: il cielo, infatti, si riempie di nubi solo quando ci incamminiamo per la Via dei Vulcani… prima di tornare alla frenesia di Quito, però, decidiamo di concederci un ultimo viaggio indietro nel tempo: per il pranzo Fabio ci propone la stupenda hacienda Cienega, dove pranziamo divinamente immaginando i tempi in cui Alexander Von Humboldt soggiornava qui, i suoi pensieri tutti rivolti al Volcan Cotopaxi che oggi, pur avvolto dalle nuvole, appare ancora maestoso ed intoccabile come devono averlo visto gli occhi curiosi di questo grande naturalista tedesco.
Arriviamo nella capitale a pomeriggio inoltrato ed impieghiamo quasi un’ora per districarci nel traffico della periferia. Fabio dorme là davanti mentre noi passiamo il tempo nella difficile scelta del ristorante per la cena… dopo varie discussioni, optiamo per la Terrazza del Tartaro, dove assaporiamo un’ottima sopa godendoci la vista sulla città illuminata; il locale è infatti all’ultimo piano dell’Edificio Amazonas e da lassù è proprio impossibile staccare i propri occhi dal mare di luci che si estende a perdita d’occhio al di fuori delle grandi vetrate.
Pernottiamo ancora una volta all’Hotel Alameda Mercure e osservando quelle grandi foto in bianco e nero che già la prima sera avevano catturato i nostri sguardi non possiamo fare a meno di pensare che l’Ecuador ha senz’alcun dubbio mantenuto le sue promesse.
Il giorno successivo, l’appuntamento con Fabio, che finalmente per una notte ha potuto dormire con la sua famiglia, è fissato per le nove. Lui è puntuale, come al solito, ma a far saltare la nostra tabella di marcia sembra volersi mettere un poliziotto pignolo che per fortuna nulla può contro Daniel ed i suoi documenti assolutamente in regola!
Dopo questa sosta indesiderata, riprendiamo il viaggio mentre nuvole troppo grigie avvolgono paesi, campi, montagne e colline, fino a quando non raggiungiamo Otavalo e la sua famosa piazza rallegrata da bancarelle stracolme di tappeti, ponchos e stoffe di ogni genere. Qui compriamo gli ultimi souvenirs contrattando con donne dagli stravaganti cappelli e dalle vistose collane.
Fabio, però, è davvero intransigente e così, a poco più di un’ora dal nostro arrivo, dobbiamo già fare ritorno al pulmino. Il nostro accompagnatore ha infatti prenotato un pranzo speciale e non vuole arrivare in ritardo dall’ennesimo amico ristoratore sparso per il Paese.
Per quest’oggi il menu prevede cuy con contorno di patate e riso, da assaporare lasciando il proprio sguardo correre sulla Laguna di Cuicocha, un profondo lago creatosi in un antico cratere spento sul versante meridionale del Volcan Cotacachi.
Ernesto arriva quando i piatti sono ormai vuoti ed i bicchieri ancora pieni di un’imbevibile grappa alle erbe: lui è una delle guide naturalistiche della Reserva Ecológica Cotacachi – Cayapas e, per nulla preoccupato dalle nuvole che ingrigiscono le acque, ci trascina alla scoperta della foresta cresciuta lungo le ripide sponde del lago, ubriacandoci più della grappa con la sua parlantina allegra.
A suo dire, questo luogo custodisce cure per ogni male: ci sono bacche per il mal di cuore o il mal d’amore accanto a fiori per combattere la pressione alta e foglie contro i reumatismi grosse quanto la schiena di un uomo che cercano di nascondere ad un occhio poco allenato radici capaci di averla vinta anche sul più ostinato mal di stomaco e poi mirtilli, funghi ed orchidee in grado di sconfiggere cefalee, mal di denti e problemi di circolazione… ognuno qui può trovare la panacea per i propri acciacchi… occorre solo non farsi trarre in inganno da tutto ciò che è appariscente e colorato: quasi sicuramente nasconderà un veleno mortale!
Purtroppo, gli unici mali per i quali sembra non esistere rimedio – a parte le piante carnivore, naturalmente! – sono le punture degli insetti, indiscussi padroni di casa in quest’atmosfera tropicale sospesa a quasi 3.000 mt di quota. La visita non è ancora terminata quando mi arrendo alla loro supremazia fuggendo verso il pulmino ed il tanto agognato, seppur poco naturale, Polaramin… qui, in tutta calma, posso issare bandiera bianca e contare le ferite: con nove morsicature sparse su mani e viso, le uniche parti del corpo scoperte, credo di aver battuto ogni record!
Salutato Ernesto con l’immancabile stretta di mano, concludiamo la giornata visitando Cotacachi, famosa per gli articoli in pelle, e San Antonio de Ibarra, rinomata per le sculture in legno, dove riusciamo anche a scorgere un colibrì intento a banchettare con i fiori ricchi di nettare di uno dei grandi alberi cresciuti al centro della piazza.
Quando arriviamo all’Hosteria Chorlavi, la notte sembra ancora lontana e così ci ritagliamo un po’ di tempo per gironzolare nei giardini prima di dedicarci alla… sigh… preparazione delle valigie.
La cena accanto al caminetto si porta via il nostro ultimo brindisi, lasciandoci la voglia di annotare sul quaderno un po’ sgualcito che Fabio tiene sempre con sé alcune delle emozioni che abbiamo vissuto in questi giorni trascorsi in sua compagnia… nient’altro che un grazie speciale alla persona altrettanto speciale accanto alla quale abbiamo scoperto il respiro delle tartarughe giganti, il profumo del canelazo ed il gusto che ha l’aria a 5.000 mt di quota…
Il mattino seguente, invece, sono i nostri sensi a trasformarsi in una penna per scrivere sul nostro cuore, naturalmente a caratteri indelebili, l’ultima pagina di questo viaggio straordinario. D’accordo con Fabio, decidiamo di non dar retta al programma che prevede il ritorno a Quito e la visita di un qualche museo: il cielo è troppo blu e la strada verso nord troppo invitante per spingerci a passare le poche ore che ancora ci rimangono imprigionati tra quattro mura… l’ultimo regalo che decidiamo di concederci è una puntata veloce veloce alla Reserva Ecológica El Ángel, ai confini con la Colombia!
Per raggiungerla viaggiamo a lungo, immersi dapprima in interminabili piantagioni di canna da zucchero, poi nella polverosa ed arida valle del Rio Chota, dove i discendenti degli schiavi deportati in Sudamerica nel diciassettesimo secolo sembrano aver trovato un brandello d’Africa, ed infine nella sierra più vera, quella fatta di nuvole sempre in movimento, di orizzonti infiniti e di colori incredibili che esistono solo qui e nelle fantasie più ardite di tanti pittori frustrati.
Là davanti, Daniel non tradisce emozioni, concentrato com’è sulla strada sterrata che si fa sempre più stretta e sulle buche che sembrano aumentare proporzionalmente all’altitudine; Fabio, invece, non si lascia certo sfuggire le ultime possibilità che gli rimangono per prenderci in giro e per mettere a nudo i nostri difetti e le nostre debolezze… parla e ride senza fermarsi, sovrastando i lamenti del motore ed il muto respiro dei luoghi che stiamo attraversando.
Solo quando giungiamo al Paramo riesce a mettere un freno alla sua voglia di chiacchiere, permettendoci di godere in silenzio dell’atmosfera quasi surreale custodita dalla soffice nebbiolina che ha rubato il posto al cielo azzurro ed alle sue nuvole vagabonde.
Intorno a noi, morbide colline ci ipnotizzano susseguendosi armoniose; sui loro fianchi nessun campo coltivato o prato illuminato da fiori, nessuna capanna animata da bimbi che corrono, curiosi maialini neri, donne indaffarate o capre annoiate, nessun camino che fuma, nessun’agave… solo piccole e grandi “orecchie di coniglio” circondate da irsuti ciuffi d’erba e da null’altro!
Sembra incredibile che queste piante alte fino a 2 mt, simili a delle palme in miniatura, capaci di racchiudere nelle proprie foglie un intenso profumo di eucalipto, siano in realtà parenti un po’ cresciute delle margherite, ma durante questi giorni abbiamo imparato a fare i conti con l’originalità della natura e con la sua inesauribile voglia di stupire!
… Ora però questo viaggio è davvero giunto al termine…
Ci rimane solo il tempo per correre verso Quito, con il suo aeroporto cresciuto tra le larghe avenidas del centro, e per abbracciare Fabio e Daniel prima di imbarcare i bagagli, avendo cura di lasciare tra le nuvole dell’Ecuador una piccola parte del nostro cuore.
Mentre l’accento spagnolo del comandante fuoriesce gracchiante dagli altoparlanti ad assicurarsi che le cinture di sicurezza siano allacciate e che i cellulari siano spenti, l’aereo si avvia inesorabile verso il cielo d’Oriente ma la mia mente vola ancora una volta – non certo l’ultima – verso l’incredibile Paese che per diciassette giorni mi ha stretto tra le sue braccia… in un istante rivedo le persone incontrate lungo il mio cammino: Fabio con la sua famiglia, Raul, Colette e i ragazzi dell’Eden, Richar abbracciato alla tavola da surf, Marco e Margherita, la vecchina dal sorriso sdentato illuminato da una piccola orchidea…

Forse è solo la stanchezza a giocarmi brutti scherzi, ma sulle loro labbra mi sembra di cogliere una frase…
… un avvertimento…
… cinque semplici parole…

… “Non ti innamorare dell’Ecuador”…

Sara e Sonia Bruno
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